Con il superamento della soglia delle mille vittime e degli oltre 15mila contagiati gli esperti, come il professor Massimo Galli infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, pensano che il numero dei contagi sia maggiore di quello registrato e sia necessaria un’azione di ricerca dei positivi che, magari asintomatici, continuano a diffondere il virus. “La politica del tampone solo a pazienti sintomatici potrebbe rivelarsi insufficiente”, e “la cartina di tornasole è il numero dei morti: 6,6%, più alto rispetto all’attuale 4,5% di Wuhan. Bisogna risalire a tutti coloro che sono stati in contatto con le persone malate, metterli in quarantena, seguire la comparsa o meno dei sintomi dell’infezione. L’impressione è – dice in una intervista a Il Messaggero – che vere indagini epidemiologiche su tutti i contatti reali dei malati non vengano fatte. Il distanziamento sociale è fondamentale, ma il tracciamento è importante per uscirne prima”.

Covid 19 in Italia, infatti, sta facendo registrare una letalità “fino a 12 volte maggiore rispetto alla Corea del Sud” e “a contribuire a questo tragico primato sono l’eterogeneità dei trattamenti in tutto il territorio e la scarsa tracciabilità dei casi positivi asintomatici dice Sussanna Esposito, presidente delll’Associazione Mondiale delle Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) – a cui non viene effettuato il tampone nonostante siano stati a stretto contatto con uno o più pazienti accertati, contribuendo in modo inarrestabile alla crescita del contagio. Diagnosi precoce, isolamento e trattamento sono i cardini per tenere a bada l’epidemia. Ma la tracciabilità si rivela fondamentale – afferma Esposito che è anche professore ordinario di Pediatria all’Università di Parma -. I positivi asintomatici o con pochi sintomi continuano a mantenere alta la circolazione del virus e recenti dati pubblicati su The Lancet dimostrano come la mediana dell’eliminazione virale sia di 21 giorni e non di 14 giorni. Ciò significa che una parte di positivi in Italia circola liberamente perché non sa di essere positiva e un’altra parte esce di casa ancora positiva dopo la quarantena domiciliare di 14 giorni perché nessuno controlla che il tampone si sia negativizzato. Ritengo sia corretto invitare la popolazione a stare a casa, ma non basta. È essenziale che ai contatti stretti di casi positivi sia effettuato il tampone per la ricerca di COVID-19, cosa che finora è avvenuta in una assoluta minoranza di situazioni. Inoltre, molto importante è rivedere, e continuamente aggiornare a seconda delle evidenze progressivamente disponibili, la modalità di trattamento, che ad oggi risulta essere differente tra un Centro e l’altro“.

Per il professore Galli “c’è un po’ di confusione nelle indicazioni e sarebbe necessaria maggiore chiarezza a livello di articolazioni locali: quali vengono ritenute attività indispensabili tali da giustificare gli spostamenti? Inviterei chi di dovere a precisarlo alla svelta, in questo momento abbiamo bisogno di chiarezza e di unità. Le indicazioni generali vanno bene. La chiusura dei negozi, di bar e ristoranti è decisamente importante, ma la definizione delle attività che possono essere continuate va subito specificata“. E anche “il coronavirus è una bestia che ci ha invaso e ci terrà compagnia per un periodo non breve. La mobilitazione di tutti è fondamentale perché questo periodo venga accorciato” afferma rispondendo a una domanda durante il programma Circo Massimò su Radio Capital. “Il numero di contagiati è più alto di quello ufficiale. I casi ufficiali sono il prodotto della circolazione del virus delle scorse settimane, sono prevalentemente sintomatici, ma non abbiamo avuto una sufficiente inchiesta epidemiologica sugli asintomatici. Quindi il numero reale di contagiati è più alto di quello ufficiale. Lo dobbiamo considerare e i provvedimenti presi dal governo sono coerenti nell’andare a limitare questo danno”.

Quando gli si chiede perché, secondo lui, si fanno meno tamponi del dovuto, Galli risponde che crede sia “un problema di ordine organizzativo. Si sta facendo già uno sforzo immane per far funzionare gli ospedali, ma manca molto un intervento territoriale reale. In Veneto c’è stato, nella zona di Vò sono stati fatti tantissimi tamponi e si sono visti stati risultati. La scelta di non farne altrettanti in altre zone per me è discutibile, anche se – conclude – probabilmente è dovuta alla disponibilità negli spazi di laboratorio nel fare tutti questi tamponi. La battaglia si vince nei territori, come sul campo di battaglia. Gli ospedali sono nelle retrovie, se continuano ad arrivare feriti non riusciranno mai a reggere. Il circolo vizioso va interrotto sul campo. C’è da coinvolgere di più la medicina territoriale per ridurre la portata del virus”.

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