“Il giornalismo investigativo” è il titolo della quinta Loft Masterclass, il format ideato da Matteo Forzano con la collaborazione di Matteo Billi e pubblicato in esclusiva su sito e app di Loft, dopo “Professione pilota” in cui Silvia D’Onghia ha intervistato Gianluca Fisichella, “Parola al vino” di Nicola Prudente, in arte Tinto, “Arte e democrazia” di Tomaso Montanari e “Il mestiere dell’attrice” di Donatella Finocchiaro. Protagonista è il giornalista Marco Lillo: “Il termine ‘giornalismo investigativo’ nasce all’inizio del ‘900 in America e da subito il potere, in quel caso il presidente Theodore Roosevelt, ne dà un’accezione negativa definendo i cronisti che seguivano questo filone ‘muckraker’ ossia ‘spalaletame’“, spiega il vice direttore de Il Fatto Quotidiano. Quali sono i casi più celebri di giornalismo investigativo? Certamente tutti ricordano il ‘Watergate’, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente Usa Richard Nixon grazie all’inchiesta portata avanti da due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein. In Italia, un caso analogo lo abbiamo nel 1978 con le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone a seguito della campagna stampa dell’Espresso e delle pressioni del partito Radicale. “Questa vicenda svela l’importanza dei documenti nel giornalismo investigativo: per ogni fatto che si vuole dimostrare, c’è, ci deve essere, un pezzo di carta o un file che lo documenti – racconta Lillo – nella pratica, un giornalista d’inchiesta assomiglia più a un archivista piuttosto che al grande romanziere o all’opinionista politico che oggi vanno tanto di moda”. Come si raccolgono, allora, i documenti? Tramite le banche dati, gli archivi che sono stati desecretati e resi disponibili online. Lillo attinge dalla propria esperienza personale e fornisce un esempio, l’inchiesta ‘Casa nostra’ del 2007 per L’Espresso che svelò quanto poco avessero pagato alcuni importanti politici di tutti gli schieramenti per acquistare immobili di proprietà di enti previdenziali. Il giornalista affronta anche il delicato argomento delle differenze tra giornalismo giudiziario e giornalismo investigativo: “In Italia, a differenza del contesto americano o anglosassone, molto spesso le notizie che colpiscono il potere partono da inchieste giudiziarie, come accadde per esempio nel caso di Mani pulite – spiega Lillo – Tuttavia, il cronista giudiziario non è temuto dagli editori impuri, ossia quelli che hanno diversi campi di interesse economico, come il giornalista investigativo che spesso, scoprendo da solo notizie di rilievo penale obbliga poi la magistratura a intervenire scatenando l’ira dei politici e, spesso, la minaccia di ritirare al giornale la pubblicità”. Anche per questi motivi, Lillo è pessimista sul futuro del giornalismo investigativo che richiede grandi investimenti in tempo, speso per raccogliere le informazioni e in denaro, anche per difendersi dalle querele – spesso temerarie – che puntualmente arrivano quando viene pubblicata un’inchiesta. Inoltre, diminuiscono sempre di più i lettori interessati e capaci di reggere la complessità di un lavoro simile, specie in questa epoca di social. “L’informazione rischia di diventare sì diffusa, ma sempre meno approfondita – conclude Lillo – Le conseguenze per i cittadini saranno molto gravi e non è detto che i cittadini stessi se ne rendano conto”.

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