VENEZIA – Vent’anni dopo i processi alla Mafia del Brenta, si farà in Veneto un nuovo maxi-processo per reati legati alle cosche, a dimostrazione di quanto reale sia l’infiltrazione criminale. In realtà si tratta di due distinti procedimenti, costole dell’inchiesta riguardante gli intrecci tra Camorra e politica nel Veneto Orientale, segnatamente a Eraclea e sul litorale adriatico. Il gup Andrea Battistuzzi ha rinviato a giudizio 45 dei 76 imputati per i quali nell’aula bunker di Mestre un mese fa era cominciata l’udienza preliminare. E così il prossimo 11 giugno il Tribunale di Venezia sarà chiamato a giudicare numerosi episodi relativi alle infiltrazioni camorristiche in Veneto, con accuse che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso all’estorsione, dallo spaccio di droga alla bancarotta e reati fiscali. Il processo, che dovrà ricostruire un decennio di criminalità organizzata, sarà presieduto dal giudice Stefano Manduzio. Ma altri 25 imputati hanno preferito chiedere il rito abbreviato e così dovranno presentarsi al palazzo di giustizia il 26 febbraio. Tra coloro che hanno scelto il rito alternativo ci sono anche alcuni personaggi legati a Luciano Donadio, indicato come il boss che aveva trasferito al nord metodi mutuati dalla camorra di Casal di Principe.

In entrambi i casi la pubblica accusa sarà sostenuta dai pubblici ministeri Roberto Terzo e Federica Baccaglini. Tra coloro che hanno chiesto l’abbreviato c’è anche l’ex sindaco di Eraclea, Graziano Teso, poi diventato vicesindaco dell’avvocato Mirco Mestre che un anno fa era finito in carcere. Teso è indicato come il politico di riferimento della cosca, al punto da essere imputato di concorso esterno in associazione mafiosa proprio per l’aiuto che avrebbe garantito, con la macchina comunale, agli affari di Donadio, titolare di diverse società, attive anche nell’edilizia. Con il rito abbreviato saranno giudicati anche l’agente di Polizia Moreno Pasqual (per lui l’accusa di aver fornito informazioni riservate al clan) e l’avvocatessa Annamaria Marin, già presidente della Camera Penale veneziana, a cui viene contestata l’ipotesi di favoreggiamento di Donadio, che in passato è stato suo cliente.

Un percorso a parte vede impegnato l’ex sindaco Mestre il quale, una volta tornato in libertà, ha chiesto di essere giudicato con il rito immediato. L’appuntamento per lui è al 21 maggio. Deve rispondere dell’accusa di voto di scambio in relazione all’aiuto ricevuto – secondo il capo di imputazione – dal clan Donadio che voleva l’appoggio per realizzare un progetto di impianto di biogas, che poi però non è mai stato realizzato. Sia Mestre che Teso respingono le accuse. Non è escluso che la posizione del primo possa essere riunita a quella delle 45 persone che ora sono state rinviate a giudizio.

L’epicentro del ciclone giudiziario è il comune di Eraclea. Si è in attesa di conoscere se il ministro dell’Interno predisporrà lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, così come richiesto dal prefetto di Venezia circa un mese e mezzo fa. Donadio, stando alle accuse, avrebbe riprodotto modalità criminali camorristiche, imponendo forme di violenza e di intimidazione, e ottenendo l’appoggio di imprenditori che così ritenevano di salvare le proprie attività o di effettuare lauti guadagni. Al processo di giugno si potrà costituire parte civile la Regione Veneto che, a differenza della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero dell’Interno e della Cigl, non lo aveva fatto prima dell’apertura dell’udienza preliminare.

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