L’avventura di Raffaele Mincione nella Eztd e nel business delle opzioni binarie lo collega a Giulio Gallazzi: un manager che, secondo i giornali italiani, il 19 luglio 2017 sta per comprare la squadra di calcio del Genoa. Oltre che nel calcio, però, come Mincione anche Gallazzi ha profondi legami con la città di Genova, con il Vaticano e con le Casse di previdenza. Vediamoli da vicino.

A luglio 2017 Giuliano Balestreri su BusinessInsider spiega che la Fingiochi di Enrico Preziosi sta per vendere la squadra del Genoa “a una cordata di nuovi investitori”. Tra questi ci sono Sri Group, Erskine Capital ed Hamilton Venture, “tre fondi che insieme all’imprenditore Fabrizio Bertola costituiranno l’ossatura della nuova società. Sul piatto sono pronti poco meno di 120 milioni di euro, ma la loro provenienza resta un mistero”. Eppure “Giulio Gallazzi, numero uno di Sri Group e consigliere d’amministrazione di Carige in quota Assogestioni, parla già da proprietario della squadra”. Erskine è una società inglese appena fondata controllata al 75% da Jacqueline Leonie Lane Palmer, manager dello Sri Group e di Blenheim Capital Limited, società d’investimento controllata da Gallazzi e dalla moglie Serena Bortolini con cui Erskine divide la sede. La Hamilton, fondata da Perrotta, con Sri Group condivide non solo la sede londinese ma addirittura il numero di telefono. Il fondo Hamilton due anni fa controllava quattro attività, tra le quali “Eztrader e Smartika, una piattaforma di prestiti tra privati ad alto tasso di crescita. Il fondo è controllato da Gustavo Perrotta attraverso la scatola Islitl Limited con sede alla Isole Vergini Britanniche”.

Secondo La Stampa, “Gallazzi, presidente di Sri Group, bolognese, si muove con sicurezza negli ambienti dell’alta finanza europea. Ha 53 anni, è un ex giocatore di football americano, è membro del cda di Carige e Ansaldo. I suoi sodali sono nomi ben conosciuti nell’ambiente bancario e finanziario. Beniamino Anselmi, 72 anni, che sarà il nuovo presidente è piacentino e presidente di Veneto Banca. Fabrizio Bertola è il ceo di Fbh Group, leader italiano della logistica: è stato lui a creare il polo piacentino di Amazon, è amico di Preziosi”. Gallazzi diverrà anche consigliere di amministrazione di Mediaset. Dell’acquisizione del Genoa non se ne farà nulla.

Ma dalla lista degli ex amministratori della Npv Europe di Gallazzi, per pochi giorni possibile azionista di Eztd prima di cedere il passo a Mincione, spunta anche un altro nome noto tra le casse previdenziali italiane: quello di Daniele Pace. Se Gallazzi è ininterrottamente amministratore di Npv Europe dal 6 ottobre 2009, Pace ne è stato amministratore dal 18 marzo 2009 al 17 dicembre 2010. I due attualmente non paiono essere in buoni rapporti, ma numerose inchieste giornalistiche li collegano. Una inchiesta di Claudio Gatti sul Sole 24 Ore a marzo 2012 segnala Gallazzi e Pace insieme tra i consulenti di Enpam, l’ente di previdenza dei medici italiani, come “protagonisti del gruppetto di advisor delle casse”: “Il 28 maggio 2010 il Cda dell’Enpam delibera ‘di affidare alla società Sri Group Capital Advisers Ltd per un compenso pari a 70mila euro l’analisi del portafoglio mobiliare dell’Ente (…) e l’individuazione di eventuali criticità presenti nel portafoglio’. Il 9 dicembre 2010 Gallazzi presenta il suo ‘rapporto finale’, 78 pagine fitte di analisi e dati”.

Secondo l’inchiesta di Gatti, “Giulio Gallazzi è fondatore e proprietario del gruppo di consulenza Sri-Npv. Non è noto come tecnico della finanza, ma nel 2010 l’Enpam si rivolge a lui per analizzare il patrimonio mobiliare. E al suo amico Daniele Pace, che invece è consulente di svariate casse. Da quella dei commercianti, l’Enasarco, a quella dei periti industriali, l’Eppi. Passando per l’ente previdenziale dei giornalisti, l’Inpgi. ‘La forza di Gallazzi sono le relazioni personali’, ci dice un suo ex collaboratore. Forti i legami con il Vaticano: la sua Sri ha avuto a lungo la gestione della raccolta pubblicitaria dell’Osservatore Romano e delle cosiddette grandi affissioni sulle facciate o le impalcature delle chiese. A rivelare suoi supposti problemi con la Santa Sede è la lettera scritta l’8 maggio 2011 dall’attuale nunzio apostolico a Washington arcivescovo Carlo Maria Viganò e resa pubblica da Giancarlo Nuzzi in una puntata del programma de La7 Gli Intoccabili. Nella sua nota di denuncia di presunte disfunzioni in Vaticano, Viganò accusa un monsignore, Paolo Nicolini, di “comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione”. Spiega: “Risulta una partecipazione di interessi del medesimo monsignore nella Società Sri Group, del dottor Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni 200mila euro (…) Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che monsignor Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta Sri Group, per un massimale di 2.500 euro al mese”.

L’inchiesta di Gatti prosegue: “’Il rapporto (di Gallazzi, ndr) con monsignor Nicolini era molto stretto: è stato lui a sposare Gallazzi e a introdurlo presso il Governatorato’, ci dice una fonte ben informata che su quei due milioni e 200mila euro menzionati da Viganò spiega: ‘Sri aveva gestito la raccolta della pubblicità che copriva i ponteggi del colonnato di Piazza San Pietro durante il restauro ma al momento della scrittura della lettera Sri non aveva versato il dovuto alla Santa Sede’”. Al Sole 24 Ore Gallazzi risponde: “Il Governatorato ha emesso fattura nei nostri confronti a fine dicembre, e tale fattura è stata pagata a maggio. Una o due settimane dopo quella lettera”. E il fatto che monsignor Nicolini sia stato titolare di una carta di credito a nome della Sri? “Questo è totalmente falso. Monsignor Nicolini non ha mai avuto una mia carta di credito”, risponde Gallazzi. E un’automobile? “Tantomeno. Mai dato un’automobile al Monsignor Nicolini». Eppure al Sole 24 Ore risulta che fino alla primavera del 2007, don Paolo, come veniva chiamato monsignor Nicolini, ha usufruito di una Audi A6 (targa: CW 493 SW) messa a disposizione da una società di Gallazzi, la Fin.Com. Srl”.

I rapporti tra Gallazzi e monsignor Nicolini emergono anche da atti ufficiali del Vaticano. Il 3 dicembre 2007 con un rescriptum a firma del Cardinale Tarcisio Bertone, allora Segretario di Stato (colui che metterà in contatto Mincione con il Vaticano, secondo il Financial Times), Papa Benedetto XVI costituisce la Fondazione “Benedetto XVI pro matrimonio et familia”. Secondo il rescriptum, “la Fondazione non persegue scopi di lucro. Il suo patrimonio si alimenta grazie a contributi, lasciti mortis causa, donazioni, attribuzioni a qualsiasi titolo provenienti sia da privati che da Enti pubblici, associazioni, comitati, benefattori”. Attualmente Gallazzi ne è uno dei cinque consiglieri di amministrazione e monsignor Nicolini segretario.

Quanto a Daniele Pace, secondo l’inchiesta del Sole 24 Ore del marzo 2012 “arriva dalla Cgil, è stato in Assoprevidenza e poi nel consiglio della Covip, l’ente di vigilanza dei fondi pensione. È lì che si è costruito quella rete di relazioni nel settore che gli ha poi permesso di diventare consulente di fondi pensioni e casse di previdenza. Gallazzi ci ha detto che, a parte una breve collaborazione nel 2008, con Pace non ha ‘mai lavorato insieme’. Insistendo: ‘Nessuna collaborazione’. In un’email Pace ha confermato: ‘Con il dottor Gallazzi non condivido attività economiche’. Ma Il Sole 24 Ore ha trovato evidenze del fatto che tra loro c’è stato un rapporto di vera e propria sinergia professionale. Perlomeno nel 2010/2011. Inoltre nel 2010 i due entrano insieme sulla scena dell’Enpam”.

Dopo la rottura in Npv Europe, comunque, Gallazzi e Pace si incontreranno ancora, anche su fronti formalmente opposti. A novembre 2017 su BusinessInsider Andrea Sparaciari racconta come l’Inpgi, la Cassa di previdenza dei giornalisti italiani, a luglio 2011 (presidente Andrea Camporese) investe 16,1 milioni in un fondo immobiliare riuscendo a perdere 248 mila euro in meno di 24 ore. Il fondo è Senior, gestito dalla Sgr Dea Capital Real Estate (l’ex Idea-Fimit, che fa capo al gruppo De Agostini). Idea-Fimit crea Senior nel 2009 grazie ai 12 immobili apportati da Inpdap (oggi confluita nell’Inps) per un valore iscritto a bilancio di 94,25 milioni di euro, ai quali se ne aggiungono altri 31 apportati nel 2010 da Banca Marche per un valore di 16,1 milioni. Oltre agli apporti di Inps e Banca Marche arrivano poi le sottoscrizioni in denaro sonante di Fondazione Enasarco (10 milioni) e dal 29 luglio 2011 di Inpgi, che acquista 61 quote per un esborso totale di 16.137.550 euro. La due diligence dell’operazione viene condotta per Inpgi dalla società “Consulenza Istituzionale” di Daniele Pace, indicato da BusinessInsider come “storico consulente di Enasarco”, “mentre Idea-Fimit ha potuto contare sui buoni uffici di Giulio Gallazzi”.

Dopo essersi sfiorati nell’azionariato di Eztd, i rapporti tra Mincione e Gallazzi però non si concludono, anzi si fanno ancor più rilevanti. Il 16 febbraio 2018 il Capital Investment Trust di Mincione, attraverso le sue controllate Pop12 e Time & Life, acquista 3 miliardi di azioni di Banca Carige, pari al 5,428% del capitale, per una ventina di milioni di euro. Gli altri azionisti rilevanti sono la famiglia Malacalza, attraverso Malacalza Investimenti Srl, al 27,555% e Gabriele Volpi al 9,087%. La banca di Genova è molto vicina al Vaticano. A ottobre 2009 il cardinale Bertone (arcivescovo metropolita di Genova dal 2002 al 2006) è secondo molte fonti tra coloro che premono per fare eleggere Ettore Gotti Tedeschi alla presidenza dello Ior. A fine 2010, per dare trasparenza e controllare le finanze della Santa Sede con un Motu Proprio Benedetto XVI istituisce però l’Aif, Autorità di informazione finanziaria antiriciclaggio del Vaticano. Ma il 25 gennaio 2012 – “su impulso del Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e del capo del Governatorato, cardinale Giuseppe Bertello, molto vicino al ‘primo ministro’ papale”, scriverà Il Sole 24 Ore – viene varata una controriforma che di fatto “riduce questi poteri, dando ampie deleghe di controllo alla Segreteria di Stato, al Governatorato e alla Gendarmeria”.

Poche settimane più tardi, il 24 maggio 2012, Gotti Tedeschi viene allontanato dallo Ior con una inusuale decisione degli altri quattro consiglieri dell’Istituto opere di religione. Secondo l’Espresso, a spingere perché l’ex banchiere del Santander venisse allontanato è lo stesso Bertone. Cos’è successo? È successo che Gotti Tedeschi nell’estate del 2011 vende la quota dello Ior in Banca Carige, pari al 2,3%, per un centinaio di milioni: “Una liquidazione repentina che mette in imbarazzo Bertone davanti alla Fondazione Cassa di risparmio di Genova, costretta a ricomprarsi la quota dopo solo pochi mesi. Il segretario di Stato e Simeon – che era stato uno degli artefici dell’affare Ior-Carige – gliela giurano, e decidono che il tempo di Gotti Tedeschi alla Santa Sede è finito”, scrive l’Espresso.

Ed è qui che torna in gioco il destino di Carige, messo a repentaglio dalla precedente gestione. L’8 agosto 2018, dopo le dimissioni del presidente Giuseppe Tesauro, del vicepresidente Vittorio Malacalza e di altri consiglieri, in base allo statuto Carige assegna al consigliere anziano Giulio Gallazzi le funzioni di presidente pro tempore fino all’assemblea dei soci convocata per il 20 settembre. Per l’assemblea Mincione, attraverso la sua società Pop 12, candida nella sua lista 2 sé stesso e altre 11 persone. L’assemblea del 20 settembre registra la vittoria dell’azionista di riferimento Malacalza Investimenti, la cui lista raccoglie il voto favorevole del 52,58% del capitale presente, pari al 30,5% del capitale sociale, mentre la lista 2 sostenuta dal patto formato da Mincione, Gabriele Volpi e Aldo Spinelli che ha rastrellato il 16,7% del capitale arriva seconda con il 28,86% dei voti.

A favore di Mincione e della sua lista in quell’assemblea votano anche alcuni azionisti sconosciuti alle cronache finanziarie ma di sicuro peso. Tra questi spicca, secondo Il Sole 24 Ore, l’azionista “La società privata di Alberto Pretto”, società semplice che portava in dote 770 milioni di azioni, ovvero l’1,4% del capitale. La famiglia vicentina dei Pretto ha partecipato alla battaglia per il controllo di Retelit facendo asse con lo stesso Mincione, con cui ha sottoscritto il patto Fiber 4.0. Ma Malacalza impone a Mincione di non far votare per la propria lista i fondi Athena Capital, Eurasia Sicav ed Eurasia Fund, che hanno circa il 3% del capitale sociale. Mincione acconsente e i tre fondi, tramite il voto del rappresentante Marcello Massinelli, votano la terza lista di Assogestioni. L’unico consigliere eletto di questa lista chi sarà? Proprio Giulio Gallazzi.

Gallazzi però non ha finito di avere rapporti con le casse previdenziali. L’8 marzo di quest’anno l’Ente di previdenza dei medici e dei dentisti fa condannare in appello in sede civile la sua consulenza del 2010: “A seguito di una consulenza finanziaria, realizzata nel 2010, si diffuse la preoccupazione, poi rivelatasi infondata, che l’Enpam rischiava un buco di oltre un miliardo di euro: a oltre otto anni di distanza la società Sri capital advisers ltd, autrice di quella consulenza, è stata condannata a pagare oltre 100mila euro all’Ente”. Secondo l’Enpam “la terza sezione della Corte di appello di Roma ha stabilito che la valutazione di Sri era incompleta e conteneva giudizi tecnici non rapportati ai profili di rischio propri dell’Ente previdenziale”, spiegando che “la consulenza era stata commissionata dallo stesso Enpam per avere una ‘radiografia’ dei propri investimenti, ma i magistrati hanno appurato che Sri, oltre a fornire un lavoro incompleto, lo divulgò a terzi ancora prima di consegnarlo al presidente dell’Ente”. Ecco perché “la Corte d’appello, nel condannare Sri per grave inadempienza contrattuale, ha censurato la società del bolognese Giulio Gallazzi anche per violazione degli obblighi di riservatezza”, sostiene l’ente. Ovviamente contro la sentenza è possibile fare ricorso in Cassazione.

Gallazzi però non ha affatto finito di occuparsi di banche. Il suo Sri Group a giugno 2019 presenta alla Banca Popolare di Bari un’offerta vincolante per acquisire per 65 milioni di euro la quota della Bari (pari al 73,57%) nella Cassa di Risparmio di Orvieto che l’istituto pugliese detiene (il restante 26,43% è della Fondazione CariOrvieto) a bilancio per 50 milioni. “L’operazione sarebbe il primo passo della nuova strategia del consigliere delegato Vincenzo De Bustis”, scrivono i giornali.

Ma gli affari di Raffaele Mincione nel mondo bancario, così come quelli del suo network di relazioni tra Vaticano e Casse di previdenza, non si esauriscono nelle storie di Carige e Mps. Li esamineremo nella prossima puntata di questa inchiesta.

[3 – continua]

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