“Quando il tempo passa ti scordi di quello che hai superato, invece bisognerebbe ricordarselo. Ricordare da dove si è partiti e prendere forza da lì”. Michele Antonelli ha 25 anni e da sabato 28 settembre è il sedicesimo marciatore più forte al mondo. Il primo in Italia. La competizione di Doha nella 50 chilometri è stata la prima gara mondiale che è riuscito a terminare. Un traguardo, spiega lui stesso a ilfattoquotidiano.it, raggiunto in soli sette anni. “Nel 2012 dopo l’incidente nel quale ho rischiato la vita ho preso una decisione: vivere di quello che mi faceva stare bene, la marcia. E così ho fatto”.

La storia dell’azzurro dimostra che la tenacia e la determinazione premiano, soprattutto nel raggiungimento degli obiettivi. “Non sono mai stato un grande atleta ma, grazie all’insegnamento di mio padre, ho sempre riconosciuto il valore della fatica”. Il primo allenamento è avvenuto a 15 anni, dopo un periodo come specialista della corsa. “Ero veramente scarso, ma questa disciplina mi ha fatto innamorare sia per il gesto tecnico che per l’approccio mentale”, racconta Antonelli, spiegando che allora per lui marciare era solo “ungioco“. “Nel frattempo andavo d’estate a lavorare. Facevo il giardiniere – dice ancora – Sognavo di fare l’atleta, ma era uno di quei sogni campati in aria, come quando non sai bene cosa fare nella vita e rispondi ‘il calciatore‘”. Poi a 18 anni qualcosa è cambiato nella vita di Antonelli. “Era il 12 luglio del 2012. Mentre ero al lavoro come giardiniere una pala meccanica si è staccata dall’escavatore e mi ha schiacciato contro un camion – racconta l’azzurro – L’incidente mi ha rotto il terzo segmento del fegato. Sono stato in coma per 72 ore e poi un mese ricoverato in chirurgia. Ancora mi chiedo come sia possibile che gli altri organi si siano salvati. Da lì ho avuto come un’illuminazione e ho capito quello che volevo veramente fare della mia vita: l’atleta a tutti i costi”. La convalescenza, però, racconta ancora, non è stata semplice. A causa di un’emorragia interna Antonelli ha perso tre litri di sangue, dovendo fare diverse trasfusioni. Tutt’oggi, sottolinea l’atleta, i valori del fegato non sempre sono nella norma. “Uscito dall’ospedale ho deciso che non volevo più fare niente per soldi, ma essere felice con il mio lavoro come se non andassi mai a lavorare – prosegue Michele – Così dopo sei mesi ho ricominciato ad allenarmi di nascosto e dopo otto ho fatto la prima gara”.

Tornare in pista dopo il coma e la riabilitazione è stato come “ripartire da meno uno”. “Prima dei 18 anni avevo fatto qualche gara, ma niente di importante. Ero un atleta discreto ma non avevo ancora deciso che fare – spiega l’azzurro – Solo nel 2012 ho cominciato a sognare, rimanendo sempre con i piedi per terra”. Così, rimboccandosi le maniche, Michele si è iscritto alla facoltà di Scienze Motorie di Urbino. Il “piano B”, come lo chiama lui, nel caso in cui la carriera di atleta non fosse andata bene. “Mio padre mi ha sempre detto ‘secondo me non ci riesci’ – continua – Così ho scelto un’università che mi permettesse di studiare e di allenarmi insieme. Per dimostrargli che potevo farcela”. Da allora Michele ha gareggiato in due mondiali, un europeo individuale, tre coppe Europa, vincendo il bronzo in una di queste, due coppe del mondo, un europeo under 23 e un’Universiade. Ha vinto tre titoli italiani ed ha fatto la terza migliore prestazione di sempre in una competizione under 23 nella 50 chilometri. “Ma tutto questo l’ho raggiunto partendo dall’essere doppiato a 14 anni per ben tre volte durante una gara regionale e soprattutto dopo l’incidente – sottolinea – Nessuno nel 2012 avrebbe mai scommesso su di me e sul mio ritorno in pista nella disciplina più lunga del programma olimpico”. Vincente, secondo Antonelli, è stata soprattutto la sua tenacia. “Qualsiasi cosa tu voglia la puoi ottenere con il duro lavoro“, dice mentre ricorda che per raggiungere il suo sogno in questi anni ha perso tanti amici e che “quelli veri si contano sulle dita delle mani”.

“Il mio è uno stile di vita che richiede sacrifici. Solitudine. Tanti viaggi – spiega – Pasqua, Natale, Capodanno non esistono. Lo dimostra l’allenamento che ho fatto, su me stesso e sul mio fisico, per finire questa gara”. Antonelli si è infatti allenato 340 giorni su 365, marciando per 7000 chilometri in un anno. Dopo il fallimento dello scorso mondiale (Londra 2017) quando non era riuscito a raggiungere il traguardo, aveva infatti deciso di voler tagliare a tutti i costi il nastro dell’arrivo di Doha. E così ha fatto. “Nel 2017 mi ritirai al 46°km sfinito. Ero piccolo per l’evento che era all’epoca – racconta ancora al Fatto.it – Dopo quella gara mi sono caricato di insicurezze e sono stati due anni difficili, soprattutto al livello mentale. Non è semplice esordire in un Mondiale a 23 anni, nel pieno delle tue forze, e poi ritirarsi”. La stessa paura ha giocato un brutto scherzo ad Antonelli anche negli Europei di Berlino del 2018, quando l’atleta si è ritirato al chilometro numero 44. “Da quel giorno ho cambiato allenatore, mi sono trasferito a Siracusa e ho fatto un enorme lavoro soprattutto psicologico. Ho fatto una stagione incentrata sul ‘tornare a divertirmi’, ricordandomi da dove ero partito, dell’incidente e di quello che avevo superato prendendo forza dai momenti più duri”. La testa è quello che conta in gara e per il marciatore “va allenata come un muscolo“. “Non sono stato mai un grande talento. Certo il ‘talento fisico’ ci vuole in molti casi. C’è chi ha i piedi bellissimi e parte avvantaggiato. Ma è uno sport in cui la testa vale più del fisico. Certo ti aiuta ma quando al 40esimo chilometro ogni cellula ti chiede pietà, è la testa che fa la differenza”. Proprio questo ha permesso a Michele di raggiungere il risultato di Doha.

“Per me è stata la gara più difficile a cui ho partecipato – racconta – soprattutto per le temperature, così alte che alcune nazioni si sono ritirate”. Svenimenti e malori sono stati infatti all’ordine del giorno durante i Mondiali di Doha, come ha dimostrato la gara della maratona femmine. “Prima di partire hanno dato a tutti una pasticca con una specie di cip che monitora la temperatura corporea. Io sono arrivato alla fine che avevo 39,2. Il mio collega che si è ritirato (Teodorico Caporaso) è arrivato a 41″. Su 60 partecipanti al decimo chilometro Antonelli era 32esimo, ma ha mantenuto il tempo costante per tutti i restanti 40 chilometri e questa strategia lo ha premiato. “Io rallentavo, ma superavo le persone. Ho pensato di restare calmo e di portare a termine la gara. Sono stato intelligente, ho dosato le forze e sono arrivato fino in fondo”. Ora Antonelli, dopo una gara difficile fisicamente e psicologicamente, si è posto un nuovo obiettivo: le Olimpiadi. Per arrivare a Tokyo 2020, spiega, “dovrò riconfermare i risultati nell’anno olimpico”. La scaramanzia non è mai troppa, anche se iniziare come campione italiano nella disciplina, è un buon punto di partenza.

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