Nel 12esimo weekend consecutivo di proteste, manifestanti e polizia sono tornati a scontrarsi con violenza a Hong Kong. Dopo le dimostrazioni pacifiche della scorsa settimana e le catene umane del 23 agosto, sono ricominciati gli scambi di violenza tra militanti anti-Pechino e forze dell’ordine. Nel frattempo, la polzia cinese comunica il rilascio di Simon Cheng, il dipendente del consolato britannico il cui arresto, avvenuto l’8 agosto a Shenzhen, era stato confermato lo scorso 21 agosto dal governo della Repubblica Popolare. Il caso di Cheng ha allarmato tanto la Gran Bretagna quanto la comunità internazionale: il consolato del Canada, per esempio, ha annunciato di aver chiesto ai suoi dipendenti locali di non uscire dalla città.

NUOVI SCONTRI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI – Mentre la polizia di Hong Kong in assetto antisommossa ha usato i lacrimogeni per disperdere la folla, i manifestanti hanno risposto con il lancio di piccoli ordigni. Due molotov sono state usate a Telford Plaza verso gli agenti fuori dalla stazione di polizia di Ngau Tau Kok. I dimostranti hanno poi costruito barricate ammassando dissuasori del traffico e aste di bamboo, mentre dalla stazione sono usciti subito gli agenti che hanno risposto facendo di nuovo uso dei lacrimogeni per disperdere la folla. A riportare le prime cronache dell’ennesimo sabato di contestazioni è il South China Morning Post, secondo cui sono stati eseguiti già diversi arresti.

LE CATENE UMANE – Una catena umana lunga quasi 40 chilometri ha manifestato nella serata di venerdì a supporto della libertà e della democrazia. Si chiama The Hong Kong Way, un’iniziativa contro la contestata legge sulle estradizioni in Cina e le accuse di brutalità rivolte alla polizia. Decine di migliaia di persone si sono via via unite tenendosi per mano, in modo pacifico e dando vita a tre serpentoni seguendo le altrettante linee metropolitane: una sull’isola di Hong Kong Island e due sulla penisola di Kowloon.

L’iniziativa ha voluto ancora una volta tenere alta l’attenzione della comunità internazionale sui motivi delle proteste. Gli organizzatori hanno spiegato che la manifestazione non avrebbe avuto riflessi su traffico e circolazione stradale e che è stata ispirata da quella che esattamente 30 anni fa coinvolse le tre ex repubbliche sovietiche del Baltico, Lituania, Lettonia ed Estonia: circa 2 milioni di persone si unirono allora fino a formare una catena umana di oltre 600 chilometri per mostrare la piena solidarietà del Baltico e la determinazione a ottenere l’indipendenza dall’Urss. “Abitanti di Hong Kong, teniamoci le mani legate l’un l’altro e difendiamo questa città con i nostri corpi e la nostra volontà”, recitava il manifesto di mobilitazione generale. “Mostriamo al mondo la nostra determinazione a resistere contro la tirannia”. Poi le parole di La senti questa canzone del popolo?, il canto rivoluzionario del musical Les Miserables che invita il popolo ad agire e a unirsi alla battaglia per la libertà.

Intanto, in vista del nuovo fine settimana di agitazioni, l’Alta Corte di Hong Kong ha prorogato il divieto di manifestare all’aeroporto internazionale, dove dovrebbero tenersi altri sit-in nel fine settimana, così come in prossimità della metropolitana e delle linee ferroviarie.

RILASCIATO SIMON CHENG – Il 20 agosto si era diffusa la notizia della scomparsa del 28enne di Hong Kong Simon Cheng, dipendente del consolato generale britannico nel Porto Profumato, ed era subito iniziato a circolare il sospetto che fosse detenuto in Cina dopo un viaggio fatto a inizio mese nella vicina Shenzhen per la partecipazione a un convegno. La famiglia e la fidanzata di Cheng, funzionario attivo sul commercio e gli investimenti della Scottish Development International Section, avevano spiegato che era andato nella città cinese l’8 agosto e non era più tornato. Nonostante i messaggi inviati alla compagnia dal dipendente del consolato confermassero l’ipotesi dell’arresto, l’ufficio sulla sicurezza pubblica di Guangzhou aveva negato di aver eseguito fermi l’8 e il 9 di agosto.

Il British Foreign Office, in una nota, si era subito detto “estremamente preoccupato” e si era dichiarato pronto a dare “sostegno alla sua famiglia, cercando di raccogliere ulteriori informazioni dalle autorità della provincia del Guangdong e di Hong Kong”. Il giorno successivo, il 21 agosto, le autorità cinesi avevano confermato la detenzione amministrativa del 28enne, motivata dal portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang con il rispetto “delle leggi locali” verso un cittadino cinese, con l’accusa di “istigazione alla prostituzione”. “La persona da voi menzionata – aveva spiegato Shuang – è stata posta sotto detenzione amministrativa per 15 giorni come punizione”. “La vicenda è interna e non diplomatica”, aveva aggiunto il portavoce che aveva colto l’occasione per lanciare un monito alla Gran Bretagna per le ingerenze negli affari dell’ex colonia. “Ha fatto molti commenti sbagliati su Hong Kong”, aveva commentato invitando Londra a “smettere di puntare il dito e di fare accuse”.

La scomparsa di Cheng ha alimentato i timori sulla sicurezza del personale delle rappresentanze diplomatiche dopo il caso dello scorso dicembre sull’arresto di Michael Kovrig, analista ed ex diplomatico canadese di base a Hong Kong arrestato con l’accusa di spionaggio in una mossa vista come una ritorsione di Pechino per l’arresto in Canada su richiesta Usa del direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou. Viste le continue accuse di Pechino nei confronti di Paesi come Usa e Gran Bretagna di intromissione in affari interni per i commenti espressi sulle proteste e gli scontri tra manifestanti e polizia, si erano subito alimentati i timori che il 28enne potesse essere finito nel mezzo delle turbolenze pro-democrazia di Hong Kong, con la Cina che continua ad accusare.

La famiglia di Cheng aveva rigettato la versione delle autorità cinesi e aveva commentato all’Hong Kong Free press, che “tutti sanno che non è vero. Ma il tempo lo dirà”. Il 22 agosto il Foreign Office britannico era tornato con una nota a “sollecitare il rilascio di ulteriori informazioni sul caso”, ammettendo di non essere stato in grado, come del resto la sua famiglia, di mettersi in contatto con lui. “Né noi né la famiglia di Simon siamo stati in grado di parlare con lui sin dall’arresto”, aveva dichiarato i una nota. Nel frattempo il consolato del Canada a Hong Kong ha dichiarato di aver fermato i viaggi del proprio staff locale per motivi di lavoro fuori dalla città, anche in Cina.

Simon Cheng è stato liberato il 24 agosto. A comunicarlo è stata la polizia cinese di Shenzhen che ha assicurato che diritti legali del 28enne sono stati garantiti e che è stato rilasciato perché ha “confessato i suoi atti illegali”. Lo ha confermato anche la stessa famiglia di Cheng, annunciando sulla pagina Facebook, con cui ha seguito la vicenda, il suo ritorno a casa. “Simon è tornato a Hong Kong – si legge nel post, ma – ci vorrà del tempo per riposare e recuperare”.

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