Il giochetto è di una semplicità disarmante. Far risultare una ricerca industriale inesistente per ottenere sconti e benefici fiscali, sotto forma di crediti d’imposta. Apparentemente un’azienda investiva nell’acquisizione di nuove conoscenze, nella messa a punto di nuovi prodotti, processi produttivi o servizi, in realtà si trattava di progetti fasulli che avevano un altro obiettivo. Molto lucroso. È questo il sospetto degli investigatori del Nucleo di polizia economica e finanziaria di Padova, coordinati dal pubblico ministero Roberto D’Angelo, che hanno eseguito, assieme ai colleghi di una settantina di strutture territoriali italiane, circa 200 perquisizioni o acquisizioni di documenti che riguardano alcune centinaia di aziende. Oltre a Veneto e Friuli Venezia Giulia, sono interessate altre otto Regioni, Piemonte, Marche, Toscana, Puglia, Campania, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. Amministratori, rappresentanti legali e consulenti di società sono indagati a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato ed evasione fiscale.

Tutto nasce dalla disciplina comunitaria riguardante gli aiuti di Stato in materia di ricerca e innovazione. In base a un decreto del 2011, le aziende che assegnavano commesse di ricerca a strutture qualificate (università, enti pubblici, ma anche organismi di ricerca senza scopo di lucro) potevano godere di un beneficio a fondo perduto pari al 90 per cento dell’investimento. Adesso si sospetta che almeno 250 società avessero solo lo scopo di evadere il fisco. Un’elusione da 45 milioni di euro. Ad affiancare i finanzieri ci sono anche funzionari dell’Ufficio antifrode di Roma, dell’Agenzia delle Entrate. Gli indagati sono quasi trecento. L’ipotesi di associazione per delinquere riguarda solo gli amministratori di una società padovana qualificata nella ricerca, la EidonLab, finita nel mirino per attività iniziate già nel 2011. A quell’epoca risale l’acquisizione da parte di EidonLab del ramo di azienda relativo alla ricerca della società Eidon, con la creazione della rete Coin, un acronimo che sta per Collaborative open innovation network. Gli amministratori sono l’ingegnere Marco Santoro, la moglie Lucilla Lanciotti, Alessandro Manganelli Di Rienzo e Giampiero Abate.

Secondo l’accusa, le aziende facevano un investimento e davano il 20 per cento a EidonLab, ma potevano godere di un beneficio a fondo perduto pari al 90 per cento del totale (ridotto al 50 per cento nel 2015), sotto forma di credito fiscale con lo Stato. Qualche esempio? A Macerata risulta coinvolta un’azienda che si occupa della riscossione dei tributi per conto degli enti locali e che da ricerche informatiche fasulle avrebbe evaso 700mila euro. Un’azienda di automazione industriale di Padova avrebbe lucrato un milione di euro. Un’industria siderurgica di Villafranca Veronese, 320mila euro, per una ricerca su impianti per il trattamento di rifiuti. Ancora, un’impresa termo idraulica di Limena (Padova) avrebbe evaso 400mila euro.

I campi di ricerca in cui spaziava EidonLab sono diversi e includevano anche programmi gestionali. La legge prevede che siano finanziabili oltre a università ed enti pubblici, anche i cosiddetti “Organismi di Ricerca”, soggetti che svolgono, senza scopo di lucro. “La società capogruppo padovana – scrive la Finanza – spendendo la propria qualifica di ‘organismo di Ricerca’ accreditato, tradendo la ragione della normativa e interpretando un ruolo meramente strumentale, ha fatto ottenere ai propri committenti, attraverso la falsa fatturazione di servizi di ricerca e sviluppo, il diritto di vantare nei confronti dell’Erario crediti d’imposta non spettanti”.

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