Circa 300 dipendenti a tempo pieno licenziati in poco più di un anno nel solo stabilimento Amazon di Baltimora per inefficienza. Come? Con un algoritmo che indica automaticamente all’azienda quali lavoratori cacciare. Il sito americano di notizie tecnologiche The Verge pubblica una lettera scritta dall’avvocato di Amazon nel corso di una causa contro un ex dipendente: un documento che racconta come il processo di tracciamento in tempo reale della produttività dei dipendenti, già raccontato in esclusiva da Luigi Franco per Fq MilleniuM nel suo reportage da lavoratore interinale in incognito al magazzino di Castel San Giovanni (Piacenza), “genera automaticamente eventuali avvisi o risoluzioni riguardanti la qualità o la produttività senza l’intervento dei supervisori”.

Il reportage di Fq MilleniuM racconta di come i lavoratori, impegnati tra imballaggio e smistamento, vengano tracciati costantemente tramite un pc: i numeri che fanno, le pause che si prendono, tutto viene monitorato. Così si rinuncia ad andare in bagno per non diminuire la quantità, si intensifica il ritmo per aumentare i “pezzi” lavorati ogni ora. “Il sistema di Amazon tiene traccia delle percentuali della produttività di ogni singolo dipendente”, conferma anche la lettera pubblicata da The Verge. La novità è che, almeno per quel che riguarda lo stabilimento di Baltimora negli Stati Uniti, questi dati vengano utilizzati per decidere chi licenziare.

Il sito americano rivela che tra agosto 2017 e settembre 2018 in questa struttura Amazon ha licenziato “300 dipendenti” per non aver rispettato le quote di produttività. A Baltimora lavorano in tutto circa 2.500 impiegati: vuol dire che in un anno è stato cacciato più del 10% del proprio personale per motivi di produttività, perché non ha spostato i pacchi abbastanza velocemente.

Amazon, spiega il sito americano, afferma dal canto suo che la riqualificazione fa parte del processo che porta i dipendenti a rispettare certi standard e che “il numero di licenziamenti è diminuito negli ultimi due anni”, ha spiegato un portavoce. Che questi “standard” siano fissati da un algoritmo lo ha ammesso la stessa società nella lettera pubblicata da The Verge. Nell’ambito della causa intentata dall’ex dipendente, Amazon ha risposto che era stato licenziato per non aver raggiunto il “benchmark di produttività“.  “Amazon licenzia sistematicamente gli addetti ai centri di evasione degli ordini per non aver rispettato ripetutamente i tassi di produttività standardizzati”, ha scritto l’avvocato. Amazon ha licenziato il dipendente, ha aggiunto il legale, “per lo stesso motivo per cui ha licenziato centinaia di altri dipendenti”.