Sta terminando la settimana del Salone del Mobile e Fuori Salone, un’occasione che da tempo non riguarda più solo gli addetti ai lavoro ma si è allargata e diffusa a toccare non solo la zona di Rho Fiera ma l’intera città con diverse centinaia (non tutte memorabili…) proposte culturali e commerciali, iniziative ed eventi che hanno finito per coinvolgere un pubblico ampio e allargato.

Si può discutere attorno alla qualità complessiva e delle singole iniziative, del disagio di intere zone bloccate dal traffico e dalla movida festaiola indotta, ma resta innegabile che per una decina di giorni (in verità piacerebbe accadesse più di frequente) Milano, le sue istituzioni, le imprese e i progettisti sono il centro dell’attenzione di migliaia di operatori internazionali, generando attenzione per l’economia e la manifattura italiana, con evidenti ricadute su affari, turismo, esercizi commerciali e così via.

La pacifica invasione urbana delle iniziative e degli operatori e curiosi ha indotto alla riattivazione (a volte temporanea in altri casi più duratura) di intere aree o singoli edifici della città. Diventano location per iniziative sia antichi palazzi nobiliari del centro che edifici industriali dismessi (come da un pio d’anni avviene anche con le aree intorno alla Stazione Centrale, sia le gallerie ferroviarie che le limitrofe fabbriche dismesse: ad esempio, nell’ex edificio abbandonato dei panettoni Cova l’iniziativa in corso Alcova di giovani designer internazionali).

Certo l’occasione professionale e specialistica si fonde con la dimensione dell’intrattenimento, privilegiando di frequente la promozione commerciale-pubblicitaria o puramente festaiola. Le situazioni più sperimentali e innovative si sono in parte ridotte, mentre all’interno di un’organizzazione ordinata e funzionalista, “alla milanese”, hanno trovato più naturalmente collocazione presentazioni di prodotto o progettisti (spesso un po’ noiose e scontate). A differenza di quanto visto invece quest’anno al Salone del Mobile ed Euroluce, dove diverse aziende si sono proposte in modo attivo e propositivo, in particolare quelle che stanno attraversando la fase di mutazione genetica della “fase 2” legata alla gestione dei fondi di investimento, indirizzata verso le aggregazioni funzionali di marchi, anche storici, attivi in settori dell’arredo complementari allo scopo di fornire sul mercato un’offerta integrata in particolare per il contract, da diversi anni divenuto ormai trainante per le imprese nostrane.

In particolare nel Fuori salone certo di frequente la quantità prevale sulla qualità e la ricerca; la festa sulla dimensione di contenuto e riflessione sono gli aspetti dialettici che si confrontano ma in qualche modo anche alimentano. Si può additare in ciò il male, subirne passivamente le logiche low profile oppure “usare” per capire e andare avanti.

Ad esempio leggendo le due iniziative culturali “alte”, ma assai utili per analizzare e comprendere, avviate in questi giorni, entrambi alla Triennale di Milano: la XXII edizione Broken nature, curata da Paola Antonelli, critica italiana da tempo attiva al MoMA di New York, sulle questioni ambientali; l'(ennesima) apertura del Museo del Design, diretto dall’architetto e critico inglese Joseph Grima. Stimolante ma disomogenea la prima, tutto da discutere il secondo; la prima si smonterà, il secondo rimarrà a lungo con i suoi evidenti limiti di metodo e impostazione: si poteva certo fare meglio.

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