Un esercito di design-holic si aggira per Milano. Spalmati per gli eventi del Fuorisalone che sarebbero la bellezza di 1338, di quelli ufficiali annunciati, facendo anche il conto teorico più grossolano, 1338 diviso in sei giorni (dal 9 al 14 aprile) e ancora diviso per 12 ore al giorno, farebbero una decina di eventi all’ora da vedere. E’ vero che si chiamava Salone “del mobile”, ma qui non basta nemmeno diventare mobilissimi, ci vorrebbe il dono dell’ubiquità di Sant’Antonio. Per essere contemporaneamente all’apertura di Kartell a Palazzo Reale, da Marc Angel a Palazzo Cusani, per pascolare nell’Orto Botanico di Brera, per immergersi nel Blu dipinto di blu della Torre Velasca, per sedersi a tavola con le ceramiche artigianali di Coralla Maiuri, per farsi un selfie con Barnaba Fornasetti, per  mettersi in contemplazione della mise en place di Unity Plate, d’ispirazione zen, dell’artista francese Jonathan Binet nell’atelier “Unititled Homeware” di Massimiliano Locatelli.

Sono stata alla Design Week. E cosa hai visto? File, file ovunque. Più cresceva la fila, più la gente si accalcava,  premeva per entrare. La ressa non scoraggia, anzi fa status. Diventa un elemento per socializzare. Come davanti alla Pelota per presenziare da Hermès. Evento in chiave socio/pop, duemila invitati per targetizzare il pubblico dei giovani. Si alzano i muri, ma Hermès li usa per farci ballare i rapper dance  e per mettere in bella vista vasi rosacotta con decorazioni in oro 24 carati, cofanetti in mogano a intarsi di pelli e plaid in cachemire grezzo, verrebbe voglia di accarezzarli tutti. Ma non si può. E la stampa animalier camouflés del foulard, il mitico carrè, si trasferisce alla carta da parati. Sui vassoi della maison servito un “democraticissimo” e buonissimo cacio e pepe.

File di un’ora per estasiarsi delle visioni cosmiche ( senza buchi neri) di Bulgari nello storico Planetario costruito da Portaluppi negli anni ’20 e trasformato dall’artista argentino Tomas Saraceno in una gigantesca tela di ragno reso ancora più scenografico dal buio assoluto illuminato da piccoli corpi/celesti /spot.  Non una, due installazioni collegate da un tubo arancio fluorescente per festeggiare il ventennale della sua icon di design, l’anello B.Zero1. Bisognava sborsare 300 euro a cranio per mangiare sul palcoscenico del Teatro La Scala, con menù diviso per atto primo, raviolaccio con fiore di zucca e burro d’alpeggio, atto secondo, medaglione di pollo (nessuno ha chiesto il bis) e gran finale con bavarese incremata.  Metal detector all’ingresso, documenti alla mano, timbri stampati sulle mani, gli eventi sono blindatisssimi. Anche con gli inviti sventolanti a mo‘ di bandiera non si entra. La chiassosa Brera sembra un percorso ad ostacoli: i tavoli abusivi dei ristoranti costringono i pedoni ad una serpentina per arrivare nel “giardino incantato” della stilista Luisa Beccaria, fra suoni di arpa, il giallo ambra e il pervinca sono declinati dalle ceramiche alle tovaglie di tombolo siciliano, ai bicchieri in vetro di Murano. Bellissimi i mosaici ondulati e a motivi floreali di Bisazza. Dove l’artigianalità incontra il design e l’atelier/store  Fornasetti di Corso Venezia (fila anche qui) si trasforma in una Wander Raum con vassoi “serpenti”, tappeti  “opereschi” e  riedizione dei gatti di ceramica. Aspettando la sua collezione di piatti “12+1 invito a cena” (il pane di Leonardo) ispirata al Cenacolo.

L’indice di popolarità della Design Week ha ormai superato quello della Fashion Week. La Fashion Week, quando Milano si trasforma in una piattaforma globale, unica al mondo (le Collezioni Moda Donna e Uomo sono quattro in un anno).  La moda oggi non se la fila più nessuno e il Design si è fagocitata la moda. Il fruttivendolo più caro di via Solferino in mezzo alle cassette di verdura espone sabot scintillanti. Alla piazza delle Tre torri a City Life Beatrice B. (sarebbe Bulgari, ma la griffe è stata venduta al gruppo francese LVMH) approfitta della grancassa mediatica e presenta la sua capsule collection.

A proposito di ansia “sociale” nulla batte l’homepage del Fuorisalone con il cronometro che fa il count-down. Si annunciava come l’evento clou, il Confusion Party alla Triennale è stato fedele a quello che era scritto sull’invito. Mia figlia invitata ha aspettato un’ora per entrare e ritrovarsi in un’orgia (dis)umana di thecno music che celebrava la rivista un tempo di tendenza Toiletpaper. Abbiamo seguito il suggestivo viaggio della goccia (di rugiada, di pioggia), attraverso l’ installazione smart nell’atelier di Issey Miyake, cult designer giapponese. Siamo stati catturati da un tramonto sotto un gioco di archi di fungo vegetativo che a fine salone, fatto a pezzetti, organicamente ritornerà alla terra. Breakfast at Starbucks in compagnia del designer/star olandese Marcel Wanders (dei suoi 1900 pezzi disegnati per i power brand mondiali, Louis Vuitton, Flos, Alessi, Baccarat ecc.ecc. almeno la metà sono diventati cult). Adesso debutta con una collezione ispirata a “The Illusion of Time”. Siamo inebriati dall’aroma  di una miscela pregiatissima di caffè appena tostato mentre spiega la sua filosofia, è vestito in smoking nero, la sua divisa di lavoro, anche di mattina: “Prendetevi il tempo per gustare una tazza di caffè” e mostra oggetti, in edizione limitata, ispirati ad Alice nel Paese delle Meraviglie, clessidra, orologio e coniglietto.

Esperienza piacevolmente sensoriale sul set ispirato a paesaggi alpini per Montblanc. Che firma una sinergia con Pirelli  per una collezione in edizione limitata di trolley per “viaggiare leggeri”, iperdinamici come i globe-trotter. Scooter elettrico Montblanc anti/inquinamento all’ingresso. Costano quanto un mini/appartamento le cucine Boffi di lusso ma scarrozzano i loro ospiti in navette de luxury a motore diesel. Poco eticamente corretto. Ci piace invece che Louis Vuitton abbia  adottato dei risciò a pedali per il trasferimento degli ospiti a Palazzo Serbelloni.
Fila sul marciapiede del Corriere della Sera per avere accesso a un “condotto” non prima di aver compilato un questionario in cui si chiede di quale razza/entia appartiene l’intervistato e di misurare il suo grado di benessere quando associa un cavallo a un asino, una pala a un filo elettrico. “Oltre al disagio, anche l’idiozia”, commenta una prestigiosa firma del quotidiano.
Antonio Citterio, archistar, lui è stato  l’apripista dell’architettura contemporanea e pioniere del design, ha firmato imponenti installazioni nei precedenti Saloni, quest’anno deciso ha deciso di mantenersi più defilato. Un segnale che dovrebbe dare da pensare.

FB Januaria Piromallo official

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