La Nasa non solo punta a tornare sulla Luna ma vuole anche raggiungere Marte. E vorrebbe che fosse una donna la prima a metterci piede. Mentre l’esplorazione spaziale si prepara a un nuovo passo, gli occhi italiani ancora brillano per un’altra prima volta. Quella del 21 luglio 1969, quando cinquant’anni fa l’Uomo lasciò la sua impronta sulla Luna. Neil Armstrong e Buzz Aldrin divennero indiscusse icone mondiali ma per più di trenta milioni di italiani l’uomo della Luna fu Tito Stagno. Il giornalista Rai andò in onda per oltre 25 ore e alle 22.17 del 20 luglio (ora italiana) raccontò lo sbarco dell’Apollo 11 con passione, professionalità e competenza. Mezzo secolo dopo, la sua telecronaca resta un capitolo indelebile di quella storia leggendaria.

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Signor Stagno, qual è oggi l’eredità dell’Apollo 11?
L’allunaggio favorì la rivoluzione tecnologica in ogni settore, dalle telecomunicazioni alla medicina: c’è un ospedale a Denver, in Colorado, per esempio, dove pazienti paralizzati possono muoversi grazie a tecnologie che derivano proprio dagli studi legati allo sbarco sulla Luna. Da un punto di vista culturale e dell’educazione invece, l’effetto Apollo 11 si è quasi esaurito.

In che senso?
Oggi la gente è più cinica, non crede a nulla, non ha voglia di conquiste. Abbiamo la consapevolezza che, volendo, possiamo raggiungere grandi obiettivi. Il problema è la volontà che sembra rivolta a questioni diverse.

Che cosa serve all’uomo per tornare a sognare?
Deve ritrovare il coraggio, la voglia di lavorare e di emergere. Oggi si pensa a sé stessi e basta ma si deve riscoprire lo spirito di solidarietà. E poi dobbiamo tornare a guardare il cielo con ammirazione, curiosità e stupore.

Verso Marte
Io però non ci credo molto. Se ci si arriverà, sarà fra 200 anni, servono tutto un altro scenario, altri veicoli, carburanti e uomini che oggi non ci sono.

Crede che la Luna abbia perso il suo fascino?
Forse per noi ma non per i cinesi, per esempio, che dopo la sonda penso saranno anche i primi a rimetterci piede. Sono pronti a creare colonie e colture.

Torniamo al 1969: che ricordi ha della sua telecronaca?
Fu faticosissima. Durò 30 ore ma andammo in studio dieci ore prima. Ci restammo praticamente due giorni, non dormii e non mangiai, prendevo della vitamina C per tenermi attivo. Però fu anche la mia telecronaca più facile perché ogni cosa andò secondo il piano di volo della Nasa che conoscevo a memoria.

 

Tutto bene fino a quei terribili 12 minuti di “buio”
Nel momento clou della missione ci comunicarono che non avremmo avuto le immagini. Fare la cronaca in tv senza che il pubblico potesse vedere qualcosa? Pensavo fosse uno scherzo. Per fortuna però conoscevo benissimo gli uomini e i veicoli e in ogni istante sapevo cosa stava succedendo. Così feci una cronaca raccontando che cosa immaginavo stessero facendo gli astronauti minuto dopo minuto.

Poi però in via Teulada ci fu qualche altro problema…
In cuffia avevamo le comunicazioni con Houston ma non si capiva nulla. Ad un certo punto mi sembrò di sentire “due metri dal suolo lunare”, poi ci furono 10 secondi di silenzio. Nel caos e nella paura pensai di aver sentito qualcosa tipo “land” o “reached land”, “raggiunto il suolo”. Allora esclamai “Ha toccato!”, ma sbagliai.

Che successe?

La navicella aveva delle antenne con cui saggiava il suolo lunare per valutarne la pendenza: con un angolo maggiore di 14°, non avrebbe potuto atterrare o si sarebbe rovesciata. La navicella quindi aveva sì toccato la Luna ma con quelle antenne, non era atterrata. Non sbagliai di molto. In quel momento però Ruggero Orlando, che stava in sala stampa a Houston, disse “no, non ha toccato” ma avrebbe dovuto dire “non è atterrato”. La cosa buffa è che mentre noi parlavamo perdemmo l’annuncio di Armstrong “Houston, qui base Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.

Chissà la rabbia della Rai
Quando tutto finì, salii dal mio direttore Villy De Luca. Era con il direttore generale Ettore Bernabei e stavano morendo dalle risate perché sapevano che nella leggenda sarebbe finita anche la nostra scenetta. De Luca poi mi fissò e disse: “Che bell’amico Ruggero!”. Rideva a crepapelle perché sapeva che eravamo molto legati.

Sentì la responsabilità di dover raccontare l’evento del secolo?
Ero emozionato ma non subii troppo la pressione. Ero abituato a eventi di una certa portata. Quando Armstrong toccò il suolo lunare ed esclamò la famosa frase, mi sentii orgoglioso: siamo sulla Luna, l’abbiamo toccata, ci abbiamo camminato e corso. Fu incredibile. Alla faccia dei complottisti: io ci risi ma Aldrin, una volta, passò alle vie di fatto con un giornalista insistente.

Dalla telecronaca di una missione diventata epica passò a quella di una che poteva diventare epicamente tragica: l’Apollo 13.

Fui ottimista fin da subito. Dopo il guasto subìto, il rientro fu il momento più delicato. Scendendo a quasi 40mila chilometri all’ora, la navicella avrebbe incrociato l’atmosfera terrestre e lo scudo contro il calore poteva essersi danneggiato. Per fortuna però tutto andò bene. Posso raccontare un’altra cosa di Ruggero molto buffa ma molto bella?

Prego.
Apollo 13 stava per rientrare, ero in diretta al Tg e mi passarono Orlando che era a New York per raccogliere lo stato d’animo dell’uomo della strada. Aspettai ma Ruggero non parlò. Cominciarono i risolini e quando tornò in diretta, ci fu un altro silenzio di dieci secondi, che in tv sono dieci secoli. Qualcuno rideva, altri quasi piangevano ma appena iniziò, Ruggero fece un pezzo di un minuto e mezzo incredibile, esemplare, da grandissimo commentatore.

Ma dopo tutto questo tempo passato a guardare e commentare gli uomini nello spazio, non le piacerebbe farci un giro?
Mai. Non andrei mai nello spazio o sulla Luna. Già odio viaggiare, non vorrei rischiare la pelle ulteriormente. Sono così felice qui: mangio bene, ho una bella casa confortevole, sono circondato di amici e di affetti. La Terra mi basta e avanza.

di Kevin Ben Alì Zinati

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