“A cavalcioni sul tetto del mondo, con un piede in Cina e l’altro in Nepal, ripulii la maschera dell’ossigeno dal ghiaccio che vi si era condensato sopra e, sollevando una spalla per ripararmi dal vento, abbassai lo sguardo inebetito sull’immensa distesa del Tibet. A un certo livello, con distacco, comprendevo che la curvatura dell’orizzonte terrestre che si inarcava ai miei piedi era uno spettacolo eccezionale. Avevo fantasticato tanto, per mesi e mesi, su quel momento e sull’ondata di emozioni che lo avrebbe accompagnato e ora che finalmente ero lì, in piedi sulla cima del monte Everest, semplicemente non riuscivo a radunare energie sufficienti per concentrarmi”. Jon Krakauer, alpinista e scrittore, è un sopravvissuto. Qualcuno l’avrà visto al cinema, o meglio, avrà visto l’attore che gli dà il volto nel film Everest. Era il 10 maggio del 1996 quando Jon tentò la scalata della “dea madre del mondo”, così i tibetani avevano battezzato l’enorme montagna da 8848m. Con lui c’era Rob Hall, uno dei padri dell’alpinismo commerciale. Che cosa s’intende per “commerciale”? Semplice: anche tu, che ora stai leggendo questo articolo al bar o mentre sei sdraiato sul divano di casa in un freddo pomeriggio di febbraio, puoi scalare l’Everest. Se paghi, qualcuno ti porterà in cima. E con “il 100% di possibilità di successo”, dicono, nonostante un margine di rischio ci sia sempre. In quella spedizione del 10 maggio di tanti anni fa, invece, Rob Hall morì. E non fu il solo: 9 persone morirono lassù. “La tragedia dell’Everest aveva scosso la mia vita fino al midollo“, scrive ancora Krakauer nel libro Aria Sottile.

Da quel 1996 a oggi l’alpinismo commerciale è cambiato, ha amplificato le sue possibilità. Qualche tempo fa, le commerciali erano limitate agli ottomila “facili” (che poi “facili” si fa per dire: non è una gita), come il Cho Oyu o il Gasherbrum II. Oggi, mete ambite per clienti-alpinisti, sono anche montagne come il K2, il Kangchendzonga, il Lhotse, preventivamente preparate dalle squadre di sherpa. Ma è sull’Everest che si concentra un certo tipo di alpinismo commerciale, quello di estremo lusso. Sono circa 8mila le ascensioni registrate. Nessuno sa con precisione quante persone siano morte nel tentativo di scalata: quello che si sa, è che più di 260 corpi sono ancora lassù, sepolti dalla neve. Nel 1953, a Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi a scalare il Sagarmata (l’Everest, secondo i nepalesi del Sud), occorsero circa cinque mesi. Oggi, la maggior parte delle spedizioni richiedono 65 giorni. Troppo tempo? Nessun problema. Basta avere più soldi a disposizione dei circa 30mila euro che sono il prezzo minimo per una scalata su un ottomila. Leader di settore nel campo delle scalate da ricchi è la Furtenbach Adventures: “Offriamo una spedizione classica (otto settimane, ossigeno, sherpa personale, al costo di 55.900 euro a persona), una spedizione Flash (quattro settimane, acclimatamento a casa prima della partenza grazie a tende ipossiche che forniamo noi, ossigeno illimitato, due sherpa personali, al costo di 95.000 euro a persona) e infine offriamo pacchetti personalizzabili, nei quali cerchiamo di soddisfare qualsiasi richiesta”. A spiegare le varie opzioni è Lukas Furtenbach, proprietario e fondatore dell’agenzia con sede in Austria. E mica è finita qui. “A tutti i membri delle nostre spedizioni – continua Lukas – offriamo un campo base al massimo del confort: tende con un letto vero e una scrivania, una tenda più grande con un lounge bar, comode poltrone, schermi tv, postazioni per lavorare, WI-FI fino a 6450m, cene preparate da uno chef, caffè italiano, un dottore per ogni gruppo e naturalmente le migliori bombole di ossigeno sul mercato. Il nostro ultimo campo base è a 7000m e abbiamo uno chef perfino lì“. Lusso e tempi ridotti al minimo, quindi. E la percentuale di successo? “‘E’ del 100%. Non abbiamo mai mancato una vetta per via delle condizioni atmosferiche”, assicura Furtenbach. La sua non è l’unica agenzia di questo tipo. C’è il Seven Summits Club, per esempio: anche in questo caso sherpa, massaggi, docce calde, buon cibo e naturalmente ossigeno in quantità. “Se la gente non ha tutte queste cose si annoia e vuole tornare a casa”, ha detto Alex Abramov, presidente e fondatore, al Financial Times.

Annoiarsi, scalando la montagna più alta del mondo. Quasi impossibile da credere, con tutta quella mole di imprevedibilità attorno, e il cielo che cambia umore in tempi brevissimi. Eppure, c’è chi vuole tornare a casa se la casa non può portarsela lassù. “Figlio del suo tempo, anche per l’alpinismo di oggi l’imperativo è essere vincenti e soprattutto – professionisti e dilettanti – incanalati nell’onda inarrestabile della comunicazione mediatica. Ma se ti trovi a ottomilaottocentoquarantotto metri con la bombola d’ossigeno, fisicamente puoi dire di essere in cima all’Everest, ma non lo sei fisiologicamente. È questa la differenza”. Così, Nives Meroi. Una delle alpiniste donne più forti del mondo. Nives, occhi azzurri e limpidi, insieme al marito Romano Benet ha scalato tutti i quattordici ottomila della terra. Senza ossigeno supplementare né climbing sherpa. Nives racconta le montagne, ed è un’altra storia rispetto a quella fatta di massaggi e bloody mary a 7000m: “In un tempo come il nostro, che non vuole perdere tempo a maturare esperienza, né tantomeno a fallire, è implicito che il fine giustifichi i mezzi, quali essi siano. Attrezzature ogni giorno più sofisticate, satellitari, GPS, elicotteri per non camminare, bombole d’ossigeno che eliminano quasi l’ipossia dell’alta quota. E ancora, la rete per rimanere connessi e soprattutto social. E i servizi delle agenzie che, come un pacchetto vacanze, offrono la salita delle montagne più alte della Terra, non senza averle prima imbrigliate di corde e scalette per ridurre al minimo incognite, fatiche e rischi estremi. Per ridurre al minimo, cioè, la possibilità del fallimento. È vero che non ci sono regole nell’alpinismo e ciascuno fa come vuole; ma in questo modo, alla fine, che cosa rimane della montagna? A quel punto è più semplice ed economico vivere l’esperienza dell’Everest sdraiati sul divano di casa, grazie all’applicazione della scalata in 3D”.

L’alpinismo sul divano. Alternativa comoda e meno costosa a un certo tipo di spedizione commerciale? “Sempre più persone vogliono scalare gli ottomila – continua Nives – ma, il più delle volte impreparate, da sole si sentono abbandonate e si appoggiano completamente ai servizi e alla professionalità delle agenzia. Pagano per avere montagne addomesticate senza nemmeno concepire altri modi di salire: per loro l’alpinismo è questo e le montagne si scalano così. Naturalmente gli alpinisti esistono ancora, e resistono ostinati, ma questa è l’epoca del turismo d’alta quota, dell’alpinismo da vendere e da consumare. È ovvio che la montagna è di tutti ma visto che fra le spedizioni, quelle commerciali sono quasi la totalità, sono loro a dettare le regole. Ed è così che anno dopo anno, sempre più energie devono essere sprecate per difendersi dalla voracità – e spesso dall’arroganza – dell’ alpinismo fatto di soldi”.

Mentre Nives parla, la montagna appare davanti agli occhi. La montagna non più solitaria, ma addirittura affollata: “Le montagne sono così da prima che cominciasse la nostra storia, e saranno così anche quando noi specie umana avremo tolto il disturbo – dice Nives – Il problema è nostro: il degrado, l’inquinamento di questi ambienti così delicati che ogni anno rischia di essere irreversibile. Basti pensare al valore della massa glaciale – acqua dolce per la sopravvivenza di milioni di persone a valle, per l’uso domestico, l’agricoltura – che viene inquinata alla sorgente. La soluzione più semplice sarebbe smettere di frequentare quei luoghi. Ma dall’altro lato noi turisti siamo un aiuto importante per l’economia di quei Paesi, come per esempio il Nepal, che già prima del devastante terremoto del 2015 era uno dei più poveri al mondo. Non è facile trovare un equilibrio, una giusta via; ma un po’ di buon senso da parte nostra aiuterebbe.”

Il volo del corvo timido, l’ultimo libro di Nives (in libreria dal 5 febbraio) è il racconto della scalata dell’Annapurna, insieme a Romano e dopo la malattia di lui: “Difficile fare una graduatoria delle scalate più significative perché ogni montagna ha rappresentato una tappa del nostro percorso. Mi viene in mente il 26 luglio 2006, quando io e Romano, soli, eravamo sulla cima del K2. Soli su tutta la montagna. Un K2 salito e disceso in 5 giorni in completa solitudine perché tutte le spedizioni erano ferme al campo base convinte che non ci fossero le condizioni per salire. Da due anni nessuno era riuscito a raggiungere la vetta. Da quel giorno lo chiamiamo il nostro “Kappa in 2”. Forse ancora più intensa è stata l’emozione sul Kangchenjunga, il 17 maggio 2014. Ancora noi due soli, sulla cima della nostra dodicesima montagna, dopo cinque anni passati ad affrontare la scalata del 15° ottomila: la malattia di Romano. Oppure l’11 maggio 2016 sull’Annapurna quando, dopo ventitrè anni, con una scalata “d’altri tempi” io e Romano abbiamo chiuso la nostra collana di 14 ottomila saliti insieme”. Insieme, soli. Così Nives e Romano. Lontani anni luce dalle “montagne addomesticate”. Eppure tutti hanno il diritto stare “a cavalcioni sul tetto del mondo”, a costo di cambiare la concezione di alpinismo e spendere cifre assurde. Oppure no?

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