Il depistaggio per fuorviare le indagini sulla maxi-tangente pagata da Eni per acquisire il giacimento Opl 245 in Nigeria c’è stato. È questo il nuovo tassello emerso dalle indagini della procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia, sull’ormai noto “sistema Siracusa”, che un anno fa portò all’arresto di 13 persone tra cui un pubblico ministero. Un vero e proprio comitato d’affari, gestito dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore che attraverso la connivenza, in cambio di soldi, del pm della procura di Siracusa, Giancarlo Longo, era riuscito a cucire una rete di corruzione per pilotare sentenze del Cga siciliano o del Consiglio di Stato. E ancora a procare a depistare indagini in corso coinvolgendo varie procure in tutta Italia.

È su quest’ultimo aspetto che la procura messinese aggiunge oggi un nuovo capitolo, anticipato dal Fatto Quotidiano nell’agosto scorso. Da un lato il depistaggio sulle indagini in materia fiscale per Sti, il cui presidente, Ezio Bigotti, cliente di Amara è da oggi ai domiciliari. Dall’altro una vera e propria spy story che come protagonista ha un altro ex cliente di Amara: l’Eni. Ai domiciliari, infatti, anche Massimo Gaboardi, ex tecnico petrolifero, il cui coinvolgimento ha permesso di ripercorrere tutta la storia.

Nell’ordinanza in cui il gip, Maria Militello, predispone gli arresti, riemerge, infatti, la contorta vicenda dell’Eni, adesso confermata dalla collaborazione degli imputati nel sistema Siracusa, e dalle indagini sul computer del pm Longo. Hanno ammesso tutti, ognuno con un ruolo diverso, e con un inserimento temporale diverso nella storia: “Amara in sede di interrogatorio ammetteva di avere redatto la denuncia presentata da Ferraro a Siracusa e gli esposti presentati presso la procura di Trani, che null’altro erano se non una simulazione di reato”, scrive il gip di Messina.

La spy story parte, infatti, dalla procura di Trani, dove vengono inviati esposti anonimi. Dopo gli esposti il capo della procura pugliese avviava le indagini ma le accuse non lo convincono. È a questo punto che entra in gioco il pm siciliano.  Il 14 agosto del 2015, infatti, “Alessandro Ferrara presentava alla procura di Siracusa una denuncia contro ignoti per essere stato vittima dei reati di sequestro di persona e di minaccia”. La denuncia veniva presentata quando di turno era Longo, ai quali dal 2014 gli avvocati Amara e Calafiore facevano arrivare denaro depositato nel bagno del Palazzo di giustizia: riceverà in tutto 80 mila euro, secondo quanto risulta alla Guardia di finanza di Messina che ha eseguito le indagini. Il pm di Siracusa apriva così un fascicolo, “autoassegnandoselo senza seguire le prassi previste per l’assegnazione e senza informare né l’aggiunto, né il capo della procura”, si legge ancora nell’ordinanza.

Ferrara verrà poi sentito da Longo e il 28 ottobre del 2015 e presenterà un dossier redatto da Gaboardi, che ha lo stesso contenuto degli esposti anonimi inviati a Trani: “Esiste in Italia un’organizzazione di persone il cui obiettivo è quello di ottenere le dimissioni dell’amministratore delegato dell’Eni”, così è riportato nell’ordinanza messinese. Un’organizzazione “internazionale volta al fine di influire sulla gestione di grandi società pubbliche italiane come Eni e Telecom si sarebbe mossa in un primo momento tramite tal Raduan Khawthani, per imporre la nomina di Umberto Vergine al vertice Eni. A questo fine il Khawthani avrebbe contattato persone vicine al presidente del consiglio Matteo Renzi, segnatamente Marco Carria e Andrea Bacci però, nonostante le forti pressioni e condizionamenti il residente del consiglio italiano non ha ceduto e ha indicato quale amministratore delegato di Eni spa, Claudio Descalzi. Fallito questo tentativo sarebbe stata avviata una campagna diffamatoria”. E non è ancora tutto:  “Secondo il report n.1 – continua il dossier – il meccanismo utilizzato è stato questo: i servizi nigeriani hanno invaso le mail di Eni spa con una serie di informazioni destinate ad essere messe a conoscenza, tra gli altri, dei citati consiglieri d’amministrazione dei citati consiglieri d’amministrazione Zingales e Litvack. Acquisite le mail i due consiglieri si muovevano con forza per ottenere una sorta di commissariamento di fatto di Eni spa”.

Tutto falso, Amara ha infatti spiegato, secondo quanto si legge dall’ordinanza, “di avere fatto in modo che presso entrambe le procure venissero iscritti procedimenti aventi ad oggetto un complotto ordito ai danni dell’Eni, creando un fascicolo “civetta” a Siracusa, attraverso la denuncia di Ferraro”. Un depistaggio che passava da Trani a Siracusa, dall’anonimato a nomi e cognomi, lì dove c’era un pm connivente. Così Gaboardi veniva poi convocato da Longo ed entrambi sottoscrivevano l’1 marzo 2016 un verbale redatto in precedenza da Amara. Secondo le indagini messinesi, infatti, nel verbale c’era un riferimento ad un ipertesto che riportava ad una ricerca su google ma della ricerca su google non c’era traccia nei pc del pm: il verbale era stato già scritto. Circostanza confermata, sempre secondo quanto riportato dal gip di Messina, dallo stesso Amara, da Longo, e da Calafiore che aveva di fatto portato in una pen drive il verbale al pm. E anche Gaboardi, che non ha partecipato a tutte le fasi del tentativo di depistaggio, come confermato dagli imputati, ha sottoscritto il verbale già compilato. “Non vi è dubbio pertanto che il verbale sia materialmente ed ideologicamente falso – scrive il gip –  è stato redatto dal legale del Ferraro e poi modificato nella mattinata dell’interrogatorio dal Longo, quando ancora non era presente il Gaboardi”. Così anche il verbale “del 24 maggio 2016 risulta formato alle 8.42 e non alle 10.40 e deriva da una modifica di una precedente bozza del 20 aprile 2015, poi recuperata nel cestino”.

Nel frattempo Vincenzo Armanna, indagato a Milano, contattava tramite mail, Longo per riferire sul complotto ordito ai danni di Descalzi, con lui indagato presso la procura per corruzione internazionale per l’acquisizione di un giacimento petrolifero in Nigeria, a riscontro delle dichiarazioni di Gaboardi. Longo ha ammesso “nel corso dell’interrogatorio del 31 luglio 2018, di avere ricevuto denaro da Amara per il procedimento Eni”.

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