Tagliare lo stipendio ai parlamentari? No. Anzi, solo ad alcuni. O meglio: chi viene eletto deve avere un’indennità pari a quanto guadagnava prima di entrare in Parlamento. L’idea viene direttamente dai banchi di Forza Italia ed è illustrata in una proposta di legge depositata nei giorni scorsi, a prima firma dei deputati azzurri Sestino Giacomoni e Paolo Russo. Obiettivo? Fermare l’offensiva dei 5 stelle che, da alcune settimane, hanno annunciato di voler ridurre gli stipendi dei parlamentari. Così gli azzurri hanno deciso di fare le barricate per evitare che il governo, dopo i vitalizi, metta mano anche ai preziosissimi stipendi. Nessun dubbio quindi: lo stipendio di deputati e senatori deve essere legato al reddito. Chi aveva un buono stipendio prima, deve continuare ad averlo anche dopo, anche se con il tetto massimo di 240mila euro lordi (come previsto per i dirigenti pubblici). E chi aveva una dichiarazione dei redditi pari a zero? A questi “va riconosciuta una indennità non inferiore al doppio dell’importo massimo del reddito di cittadinanza introdotto dall’ultima legge di bilancio del governo gialloverde su impulso del Movimento 5 stelle”.

La proposta di tagliare gli stipendi degli eletti è tornata in cima alle priorità del governo dopo che, nel discorso di Capodanno, Di Maio e Di Battista l’hanno definita la loro priorità per il 2019. Matteo Salvini, che di fatto non impazzisce sul punto, si è limitato a dire “che ci sono altre cose da fare prima”. Un tentativo di temporeggiare che però non ha tranquillizzato Forza Italia. Che è partita al contrattacco. Perché gli azzurri ritengono che sia sbagliato tagliarsi lo stipendio? Il concetto lo spiegano i parlamentari azzurri nel testo della stessa proposta di legge. “L’elezione in Parlamento non può essere considerata come un ‘gratta e vinci’. Della serie: chi entra guadagna tanto. Montecitorio e Palazzo Madama, in nome del principio ‘uno vale uno’, non possono trasformarsi in una sorta di ufficio di collocamento per incompetenti, incapaci e nullafacenti a spese dei cittadini”, come “vorrebbero i Cinque stelle”. Non può valere, insomma, il principio di leniniana memoria, che “tutti possono fare tutto”.

Secondo i due esponenti azzurri, è giusto ridurre gli sprechi di palazzo, in nome della lotta ai privilegi di casta, ma fino a un certo punto: chi decide di fare politica non deve arricchirsi ma neanche rimetterci. La scure, dicono, va usata cum grano salis. Il deputato Russo, interpellato dall’Adnkronos, ha spiegato: “La nostra idea è di legare l’indennità al reddito, privilegiando il merito”. Con un “risparmio sui costi derivanti dall’attuale normativa sul trattamento economico degli onorevoli stimato circa 60 milioni di euro nell’arco di una legislatura“. Quindi ha rincarato Giacomoni: “Vogliamo che chi entra in Parlamento lo faccia per amore dell’Italia, non per amore dello stipendio. Se si guardano, invece, le dichiarazioni dei redditi parlamentari, prima e dopo, si scoprirà che gli unici che si sono arricchiti con la politica sono stati proprio i grillini”. E ancora, secondo Russo, “il mandato parlamentare deve ritornar finalmente ad essere vero servizio nei confronti del proprio Paese. Il deputato e il senatore devono diventare una sorta di civil servant. Ecco perché i parlamentari non devono guadagnare alcunché ma nemmeno perderci. Devono percepire esattamente quanto percepivano prima di approdare alla Camera o al Senato”.

Nella relazione di presentazione del testo Russo e Giacomoni fanno un excursus storico su tutti i ‘tagli’ intervenuti dal 2006 in poi. “Nel 2006 – si legge nella proposta di legge – l’importo dell’indennità parlamentare è stato ridotto del 10%”. L’attuale pdl “interviene in modo del tutto innovativo e in modo sensibilmente diverso dalla recente proposta di ridurre ulteriormente il trattamento economico di deputati e senatori avanzata da Di Maio e condivisa da Salvini”. “Questa proposta -garantiscono i due deputati forzisti- favorirebbe non solo veri risparmi sui costi derivanti dall’attuale disciplina del trattamento dei parlamentari, ma incoraggerebbe ad occuparsi di politica coloro che hanno sempre lavorato nel Paese e per il Paese onestamente e con spirito di servizio: dai docenti ai medici, dai manager ai professionisti, dagli imprenditori a tante altre categorie. Costoro, potendo contare su una indennità parametrata al loro reddito precedente, si avvicinerebbero alla politica senza doverci rimettere troppo dal punto di vista economico”. Però, ha concluso Giacomoni, “sia chiaro”: “Chiunque ha diritto di diventare onorevole, dal professionista all’operaio, ma non si può trasformare il Parlamento in un gratta e vinci o nel gioco della lotteria. Cerchiamo di premiare il merito, ovvero quello che si è fatto nella vita, portando in Parlamento la propria competenza”.

I “tagli indiscriminati a tutti, a prescindere dalle capacità, proposti dall’attuale maggioranza di governo e in particolare dai Cinque stelle”, scrivono Russo e Giacomoni nella relazione di presentazione del testo, “finirebbero, invece, per trasformare il Parlamento in una specie di ufficio di collocamento per incompetenti e nullafacenti a spese dei cittadini. Pagare persone incompetenti per ruoli che non sono in grado di ricoprire, con tutte le conseguenze che ne derivano e che già sono sotto gli occhi di tutti è sempre uno spreco e mai un risparmio, qualunque sia la cifra da corrispondere”. Per dieci anni, purtroppo, denuncia Fi, il “Movimento 5 Stelle ha diffuso costantemente l’idea che ognuno di noi possa fare di tutto: che ‘Uno vale uno’ e sta continuando ad affermare il principio, a vantaggio delle persone inadeguate, che tutti possano fare tutto in Italia. L’aveva già ideata Lenin questa cosa, quando lo Stato era meno complicato e già allora appariva una bestialità”.