I piccoli editori sono ignoranti. Editorialmente e tipograficamente parlando. Dopo “Più Libri Più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria di Roma credo sia necessaria questa riflessione che rivolgo  prima a me stesso, piccolo editore della periferia napoletana. Oggi i piccoli editori si lamentano sempre: poche vendite, poco spazio in libreria, cattiva distribuzione, sconti continui da parte dei grandi marchi, poco spazio sulla stampa, scrittori lanciati che subito scappano con editori blasonati e tanto altro. La verità è che non avverto mai autocritica.

Basta passeggiare per le vie delle fiere italiane, quello che viene fuori è l’approssimazione. Piccoli editori che scimmiottano i grandi (male), emulano (male), parlano continuamente di numeri. Ma qual è il compito di un piccolo editore se non tutelare la bibliodiversità. Produrre libri diversi, con altri semi, fuori dalle logiche dei grandi numeri, libri che il colosso di turno non potrebbe mai pubblicare. I piccoli editori dovrebbero osare, in tutto, dai contenuti alla forma. Nelle fiere dovrebbero annientate i grandi per la cura, la dedizione e la particolarità dei volumi. È invece nella piccola editoria italiana c’è un analfabetismo di ritorno. Oggi chiunque si sente editore perché appone ad un libro un codice Isbn.

Abbiamo perso completamente la parte artigiana. Sparita. Copertine tutte in bianco e nero (per risparmiare) senza nessun progetto grafico. Non c’è bisogno di un visual designer per creare un progetto grafico in linea con quello che vogliamo raccontare. Carte tutte uguali, gente che non conosce la grammatura dei propri libri, la differenza tra carta spessorate, patinate, con lignina, cotone, carte FSC, il grado di bianco. Libri stampati ormai solo ed esclusivamente in on demand (per risparmiare). Dopo tre settimane sono tutti ondulati perché la carta utilizzata fa schifo.

Basta guardare sotto i banchetti degli editori, dove vengono riposti scatoli marchiati con i loghi di tipografie on demand che di tipografia hanno ben poco, per capire che ci siamo piegati alle offerte che arrivano via mail. 1 libro 1 euro. Puoi stampare anche 10 copie. Centinaia di editori ogni stampano tutti sulla stessa carta (che non conoscono, di cui non conoscono la provenienza) nello stesso formato (per risparmiare). Risultato stampiamo quantità impressionanti di titoli con una tiratura non superiore alle 100 copie. E che senso ha?

Editori che non conoscono le vedove e le orfane di un testo (tanto il lettore non lo sa). Un piccolo editore dovrebbe curare innanzitutto la leggibilità di un testo. Dovrebbe proporre al lettore un prodotto che faccia felici gli occhi. E invece non succede, perché i piccoli editori non sanno quanto deve essere lunga una riga per essere leggibile, non sanno cosa sono le saccadi, non studiano la microtipografia, la differenza tra righe corte e righe lunghe, perché si giustifica, perché oggi, dopo 500 anni, stampiamo tutti ancora col carattere Garamond. Lo stesso usato dai grandi editori. 500 anni senza innovazione. La gente questo vuole e questo gli diamo.

Libri senza pagine di guardia, occhielli, frontespizi, senza aria intorno al blocco testo. Impaginazioni sterili, asettiche, senza nessun senso. Perché oggi gli editori non fanno gli editori, commissionano a studi grafici l’impaginazione e le copertine e poi mandano in stampa. Non c’è più ricerca. I numeri ci hanno fregato, ci siamo piegati al marketing. Perché tra i corridoi delle fiere sento solo parole come budget, business plan, break even point, fatturato, trimestre. I soldi usati come scusa per non far ricerca, per non promuovere cose nuove. Le idee non sono fatte di banconote. Come vogliamo aumentare il nostro fatturato se non promuoviamo cose nuove, se copiamo i cataloghi dei grandi, i modi di proporre, distribuire, raccontare, stampare, dei grandi. Oggi il più grande mezzo pubblicitario di un grande editore è il piccolo. Perché porta avanti le poche mode editoriali che i grandi marchi lanciano. Gli editori non studiano più, non fanno comparto, non sono nemmeno capaci di opporsi ai prezzi esorbitanti delle fiere.

La fiera del libro di Roma è la più costosa d’Italia nonostante sia dedicata alla piccola editoria. Lungi da me l’idea di creare un albo degli editori, ma forse una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe. Non una scuola per omologare, ma per educare all’editoria. Educare, dal latino ex ducere, tirare fuori il meglio. Perché i libri prima li dobbiamo fare e poi li dobbiamo vendere. Prima di dobbiamo fare delle domande: che carta uso e perché? Che font? Che formato? Come si legge un libro? Come si costruisce il prezzo di un libro? A chi mi rivolgo? Come arrivo a quel lettore? Bisogna darsi delle risposte lontane dal “a me piace così”. Spero che questo magico mondo degli editori possa liberarsi dai software che pensano e giustificano per noi, dai numeri che mangiano la qualità.

Perché il nostro è un mondo antieconomico, i soldi arrivano solo se tratti i libri e i lettori con cura e rispetto.

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