di Sandy Fiabane

Se c’è una cosa che mi spaventa molto, quando mi guardo attorno, è l’intolleranza. Non parlo di razzismo, perché chiunque, se avesse davanti Barack Obama o Will Smith, non si farebbe certo fermare dal colore della pelle. Parlo proprio di intolleranza, diffusa.

Mi guardo attorno, al lavoro come nella vita quotidiana, e li vedo, gli sguardi delle persone. Sono carichi di supponenza, diffidenza, parole spesso non dette, ma altrettanto spesso esplicitate. E mi stupisco di fronte alla facilità con cui si crede solo a ciò cui si vuol credere. Sarà che io mi informo, sarà che sono stata cresciuta nel rispetto verso ogni essere umano, ma non mi pare che per ogni straniero che passa ci si debba chiedere quanti soldi spendiamo per mantenerlo o quanto attenti dobbiamo essere alla nostra borsa che, sicuramente, ci ruberà.

E no, non sono per l’accoglienza ad ogni costo: gli irregolari devono essere rimpatriati, i regolari adeguatamente integrati e i delinquenti puniti. Tutti, però. E’ il sistema giudiziario a non funzionare, ci vuole certezza della pena per chiunque. Sono stanca di leggere e sentire commenti spregevoli contro la delinquenza associandola automaticamente alla nazionalità o, peggio ancora, alla razza.

C’è intolleranza diffusa. Già verso il nostro vicino: e non sono per nulla banale e retorica. Non sopportiamo più nulla, guardiamo male chi passeggia con il cane perché sicuramente sporcherà (gettate sempre adeguatamente i vostri rifiuti?), chi parcheggia fuori dalle linee (mai violato il codice della strada?), non abbiamo pazienza con gli anziani, spesso nemmeno con i bambini, trattiamo male i camerieri o gli addetti a uno sportello (siete sempre efficienti e rapidi, voi, al lavoro?).

Figuriamoci non appena si offre comodo comodo un capro espiatorio.

Io, che dal mondo del lavoro non ho finora ricevuto nulla di gratificante, non mi sento derubata da uno straniero.
Preferirei che un governo si concentrasse su corruzione, mafia, burocrazia snervante. Utopia? Forse. Ma dei tweet e delle dirette Facebook, ormai, mi son rotta le palle. E pure i “nuovi” dei Cinque Stelle dovrebbero tirare fuori i cosiddetti, perché al prossimo giro non voto direttamente – se non me ne sarò andata.
Se c’è qualcuno da combattere, accidenti, è chi la sfrutta l’immigrazione. Non ci credo che non si sappia chi e dove sono. Lì ci vogliono pene certe e severe.

Distruggete la corruzione (altra imprecazione, non pervenuta). Fatto quello, avrete fatto il 90% del lavoro. Tolta quella, avrete tolto le conoscenze che senza capacità, loro sì, rubano spazio a chi, nel lavoro, ci mette impegno; avrete bloccato la distruzione ambientale (e della nostra salute) che non potrà continuare all’infinito; e avrete ridato fiducia a una popolazione che ormai non vi crede proprio più, e che si aggrappa allo straniero perché è più facile e perché offre una speranza. Ovvero, eliminiamo l’immigrazione ed elimineremo i nostri problemi.

Non fate passare questo messaggio, perché c’è bisogno di scendere in piazza per i giusti motivi.
Non per un family day fatto in nome di chissà quale normalità nella famiglia. O per i diritti degli italiani, prima.

Non è il diverso che ci condanna. Perché mentre lo guardate con rabbia, c’è molto altro da combattere e che ci sta fottendo in silenzio.

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