Le colpe degli altri, le malefatte altrui, le loro responsabilità. Non passa giorno e ora e minuto che ciascuno di noi ritenga necessario rilevare una incongruenza, una azione cattiva, un sentimento opaco di chi ci sta a fianco, o sopra di noi o persino sotto. Dell’altro, comunque. Noi giornalisti siamo poi chiamati, e fa parte del mestiere, a giudicare sempre, a volte persino ossessivamente e indicare, col dito puntato, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il cattivo e il saggio. Sarebbe una buona cosa se ci allenassimo – diciamo una volta ogni sette diti puntati? – a riconoscere le buone ragioni degli altri.

In questo caso io che sento più vicini a me i valori e le idee e le passioni di sinistra che oggi sembra scomparsa, potrei riconoscere alcune buone ragioni degli altri. Sulla certezza della pena, per esempio. Sull’effettività della sanzione.

Perché il rispetto della norma consente la vita civile. Chi la infrange va incontro a una sanzione: dalla pena pecuniaria fino alla privazione della libertà. Non ho mai capito perché si debba tacere questa verità. Perché si è costruito un processo che condona e prescrive ed evita di punire. Non ho mai compreso il senso della riabilitazione senza aver prima fatto provare il peso della sanzione. Non mi è stato mai chiaro perché ci fosse bisogno dell’indulto o dell’amnistia per i reati comuni. Le carceri sono sovraffollate, questa l’idiota spiegazione. Ed è un buon motivo? Invece di prendersi cura di chi è detenuto ospitandolo in spazi degni, si è scelto di evitare proprio la detenzione assumendo come principio di vita che i piccoli reati sono sanati dal perdono giudiziale. Si entra in carcere solo, ed eventualmente, per cose gravi (o per sviste giudiziarie). Nessuno mai vorrebbe metter piede dietro le sbarre, e magari dovremmo avere occhi vigili perché la giustizia sia amministrata con giustizia. E questo non è. Dovremmo puntare il dito contro giudici di parte, contro gli scansafatiche, contro gli annoiati persecutori in nome del popolo italiano. Dovremmo applaudire i magistrati che dimostrano passione, che rinunciano a prebende. Invece costruiamo sistematicamente un reticolo di escamotage attraverso il quale sfidiamo la forza della legge, che è anche il principio che regola la nostra vita civile, e rendiamo l’impunità una occasione perenne, quietanza liberatoria dalle nostre responsabilità.

Giustizialista che significa? E garantisti non dovremmo esserlo tutti? Ci sfidiamo nelle battaglie parolaie, asserviti all’amore della contesa, del comizio permanente. Io penso che la parte politica per cui ho votato, negli anni in cui è stata al governo, abbia sbagliato a rendere così opaca e incerta la responsabilità, la pena effettiva e appunto certa di chi commette un reato. Ha liberato gli autori dei delitti dalla loro pena, liberando in un certo senso i giudici da una responsabilità solenne – essere giusti – e il Paese dalla sua coscienza sporca.

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