Anche la Spagna, come l’Italia, ha un nuovo governo. Il premier Mariano Rajoy, leader del Partido Popular, è stato sfiduciato grazie al voto di 180 parlamentari su 350. Effetto della “mociòn de censura” presentata dai socialisti del Psoe sull’onda della sentenza del cosiddetto “caso Gurtel” – la Tangentopoli spagnola – che ha travolto il partito di centrodestra (351 anni di carcere complessivi per i 29 condannati, tra cui l’ex tesoriere Luis Bárcenas). È la prima volta, nella storia di Spagna, che un governo in carica viene sfiduciato dall’opposizione. Dal punto di vista istituzionale è una drammatica sconfitta per Rajoy e una vittoria per il leader del Psoe Pedro Sanchez, chiamato ora a diventare il nuovo premier. Ma Rajoy ha fatto la sua ultima mossa politica: evitando di dimettersi (e quindi di andare a nuove elezioni), ha risparmiato al suo partito una probabile – e clamorosa – sconfitta elettorale.

L’esito della mozione è stato certificato dalla presidente del Congresso Ana Pastor, che dovrà comunicare a re Felipe VI il risultato del voto e che “il candidato Pedro Sanchez ha ottenuto l’investitura della fiducia della camera”. Al posto di Rajoy diventerà infatti premier il segretario del Psoe – chiamato Pedro el guapo, cioè “Pedro il bello” – perché nell’ordinamento spagnolo la “mociòn de censura” deve essere “costruttiva“, deve cioè puntare non solo ad abbattere il capo del governo ma anche a nominare subito il suo sostituto. Oltre ai socialisti, a favore della sfiducia hanno votato sì anche i parlamentari di Podemos (il partito di sinistra-sinistra nato sull’onda degli Indignados) e altri gruppi minori, come i 17 parlamentari degli indipendentisti catalani. Decisiva è stata la presa di posizione del Partito nazionale basco che con i suoi 5 deputati ha spostato l’ago della bilancia sul via libera alla mozione.

“Si apre una pagina nuova nella storia del nostro Paese” ha detto Sànchez di nuovo oggi in Parlamento, dopo il primo intervento di ieri. Il nuovo governo, ha annunciato la capogruppo del Psoe Margarita Robles, seguirà “il modello di quello di José Luis Zapatero“. Sànchez ha assicurato che il suo esecutivo garantirà il rispetto degli impegni presi con l’Europa e la stabilità. E Rajoy? Si è presentato solo sul finale della seduta – un’ulteriore “mancanza di rispetto”, secondo i socialisti – e la sua difesa è stata affidata al capogruppo Rafael Hernando con un intervento-fiume: “Sànchez mendica i voti dei golpisti” ha detto riferendosi ai parlamentari indipendentisti catalani. Rajoy è poi intervenuto dalla tribuna del Congresso per congratularsi con Sanchez e per stringergli la mano. “Da democratico accetterò il risultato del voto. È stato un onore essere presidente del governo, e avere lasciato una Spagna migliore“, ha detto il leader del Pp.

La sola mossa che poteva cambiare lo scenario del cambio di governo era quella delle dimissioni di Rajoy, che avrebbero bloccato la sfiducia e mandato la Spagna alle elezioni anticipate (per la terza volta in due anni e mezzo). È quanto gli ha chiesto fino all’ultimo Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, il partito “anti-sistema” (di centrodestra) che ha fondato sulla moralizzazione della politica il centro del suo programma e che è dato in forte vantaggio dai sondaggi. Ma il premier uscente non ha accettato, forse anche per tutelare il suo partito da una probabile sconfitta elettorale. I popolari, intanto, cominciano a pensare a chi sarà il suo successore: in prima fila c’è Soraya Sàenz de Santamaria, 47 anni, che in questi anni è stata vicepremier e ministra degli Interni.

Sànchez si ritroverà ora al governo sostenuto da una maggioranza molto frastagliata, formata dall’insieme dei partiti che hanno sfiduciato Rajoy. Una “armata Frankenstein” l’ha definita il premier uscente. Secondo altri, invece, vicina al “modello portoghese”: a Lisbona il premier socialista Antonio Costa governa in minoranza con l’appoggio della sinistra radicale. Sànchez, dopo aver sostenuto per mesi la linea dura di Rajoy sulla Catalogna, ha promesso a Barcellona dialogo “per una soluzione politica a una crisi politica”, ha garantito il bilancio 2018 di Rajoy e il mezzo miliardo di investimenti per il Paese Basco. Non è chiaro come governerà e per quanto tempo. Ha detto di volere un governo socialista, nonostante l’offerta di una coalizione con Podemos ribadita anche oggi dal suo leader Pablo Iglesias. Se partirà con i soli 84 deputati Psoe, sarà il governo più minoritario della Spagna democratica.