Stando alle notizie lette in questi giorni, l’Italia rischia di perdere diversi miliardi di spesa destinata al Sud, sotto forma di fondi di coesione. Ciò in virtù della revisione in corso sui bilanci Ue, a seguito della Brexit. Si parla di una riduzione del 5% dei fondi europei di coesione, nella proposta avanzata Commissione europea di Jean Claude Juncker. In sostanza, il bilancio dovrà aumentare a fronte di una riduzione dei Paesi contribuenti. Tra l’altro, secondo quanto ancora riportato nell’articolo di Stefano Feltri, “Il tetto ai versamenti di un singolo Paese salirà dall’1,20% del reddito nazionale lordo europeo all’1,29. E siccome l’Italia è un contribuente netto – versa più di quanto riceve – dovremo pagare di più. Ricevendo meno, per i tagli alla coesione”. Quindi, danno e beffa, con la riduzione proprio di quei fondi che finanziano lo sviluppo delle zone più arretrate. Come il Mezzogiorno.

Peraltro, è un problema frequente quello dello slittamento dei fondi per il Sud verso altre sponde. Andrea Del Monaco in Sud colonia tedesca (Ediesse, 2017) ricorda che secondo la legge di Stabilità del Governo Letta (2014), l’80% dei Fondi di sviluppo e coesione (Fsc) dovrebbe esser speso nelle regioni meridionali. “In realtà il Fsc (prima Fas, Fondo per le aree sottoutilizzate) è stato usato come bancomat per la spesa sanitaria o per la decontribuzione dei neoassunti di tutte e venti le regioni italiane, facendo saltare il vincolo dell’80% per il Mezzogiorno e indirettamente scippando risorse ai meridionali”.

E ancora, più recentemente secondo Del Monaco, anche il Masterplan per il Sud avrebbe destinato al Meridione solo 13.4 miliardi di Fsc. Solo 13.4, a fronte dei 38.7 miliardi di euro che – sostiene Del Monaco – sarebbero disponibili, come riportato nella tabella I.2 della legge di Stabilità 2016. Inoltre, la spesa di 29 miliardi di quei 38 secondo l’autore del saggio è stata rinviata a dopo il 2019. “Concretamente rinviare la spesa di 29 miliardi su 38 al 2019 e anni seguenti è un modo abile per disinvestire, di fatto un modo particolarmente furbo per tagliare gli investimenti”. Il rinvio sarebbe proseguito, procrastinando al 2020, con la legge di Stabilità del 2017, vincolandolo altresì al pareggio di bilancio nazionale.

Perché tacciono, quasi ovunque, le classi dirigenti del Sud su un tema così delicato per il futuro del proprio territorio? Una risposta molto plausibile è stata proposta dal professor Guglielmo Forges Davanzati al convegno La difesa di Madre Terra: processi di trasformazione capitalistica delle campagne e diritti costituzionali (Università del Salento, 6 novembre 2017): “La loro legittimità è impedita dalla povertà del territorio: in altri termini, sembrerebbe di potersi affermare che la classe politica locale non può non accettare quanto viene imposto perché non ha strumenti per opporvisi e non ha strumenti per opporvisi perché rappresenta un territorio povero. In altri termini, non ha strumenti di negoziazione e, dunque, di minaccia. Essendo fortemente dipendente da trasferimenti esterni, è fortemente condizionato ad accettare politiche definite altrove, che, nella gran parte dei casi, non sono affatto pensate per tutelare gli interessi dei residenti. Il Pil, in questa accezione, non è solo un indicatore della ricchezza prodotta, ma anche un indicatore del peso politico del territorio”.