Si punta su influencer, blogger e youtuber che sappiano fare marketing a suon di follower sui social e si lasciano a casa i giornalisti. Che costano di più. Con il rischio che l’informazione diventi un optional. C’è anche questa preoccupazione dietro la vicenda della casa editrice Condé Nast che, proprio nel giorno della festa della donna, l’8 marzo, metterà in cassa integrazione a zero ore cinque giornaliste. Le professioniste in questione, dopo la chiusura delle loro testate, Vogue Bambini, Vogue Uomo, Vogue sposa e Vogue gioiello, non hanno accettato l’incentivo offerto. Contro la scelta del ricorso unilaterale all’ammortizzatore sociale si stanno battendo i colleghi del gruppo (che tra gli altri edita Vogue, Vanity Fair, Glamour e Wired). “Dopo una serie interminabile di minuetti (incentivi all’esodo, lettere di licenziamento consegnate e ritirate, trattative ondivaghe) – scrive in una nota il sindacato interno dei giornalisti di Condé Nast, il Comitato di redazione (Cdr)  – la casa editrice, che ha sempre gestito le chiusure di testata con il ricollocamento dei giornalisti oppure spalmando la solidarietà difensiva su tutto il corpo redazionale”, in questo caso ha imboccato “repentinamente e unilateralmente la via della cassa integrazione a zero ore e dichiarato l’assoluta non ricollocabilità delle ultime 5 giornaliste rimaste sulle 14 operative su quelle testate (5 su un corpo redazionale totale di 103 unità)”. Tutte quarantenni e quasi tutte mamme di figli piccoli. E mentre il Comitato di redazione chiede all’azienda di ritornare sui suoi passi, Condé Nast prospetta 14 nuovi esuberi.

QUATTRO ANNI DI SOLIDARIETÀ E LICENZIAMENTI – Quando a luglio 2017, contestualmente a una carrellata di promozioni a livello apicale, era stata annunciata la chiusura delle quattro testate della galassia Vogue in Italia, il gruppo Condé Nast aveva offerto uno scivolo di ben 40 mensilità ai giornalisti che avessero accettato l’uscita volontaria dal gruppo. Dopo l’incentivo all’esodo, si sarebbe proceduto “con eventuali licenziamenti individuali e collettivi”. Ritenuti evidentemente inevitabili, nonostante la casa editrice abbia usufruito negli anni di ammortizzatori sociali, ossia delle risorse dell’Inpgi (Istituto di previdenza dei giornalisti), che sarebbero dovute servire proprio a evitare i licenziamenti e che invece, denunciano i giornalisti, sono stati utilizzati “per meglio perseguire la propria politica industriale in spregio dell’informazione, della deontologia e della professione giornalistica”. Di fatto in 4 anni di solidarietà, dal 2013 al dicembre scorso, sono usciti complessivamente 54 giornalisti, mentre il Cdr descrive le redazioni come “sotto organico e in affanno” e con “un carico di lavoro superiore alle loro possibilità”. Secondo il Comitato di redazione la scelta della cassa integrazione per le cinque colleghe “è incomprensibile se non ipotizzando che questo sia l’apripista per ulteriori licenziamenti e per la gestione facilitata dei presunti esuberi che l’azienda continua a dichiarare”.

LE NUOVE SCELTE EDITORIALI – Il ricorso alla cassa integrazione “stride – spiegano poi i colleghi – con la realizzazione di nuovi progetti editoriali che escludono al loro interno professionalità giornalistiche”. Contestualmente, infatti, Condé Nast ha attivato Lisa, definita sulla pagina Facebook agenzia media/stampa e Condé Nast Mag Accessory, definito the magazine for people who loves accessories. Per questi progetti è stato assunto personale non giornalistico per creare e gestire contenuti. Da un lato, quindi, si licenziano giornalisti, dall’altro si organizzano corsi di formazione per influencer. Un progetto in linea con il lancio, a novembre scorso, in collaborazione con la Bocconi della prima academy italiana “rivolta agli operatori dell’influencing marketing”. A riguardo il Cdr segnala che si “continua ad alimentare pericolosamente la commistione tra pubblicità e informazione autorizzando esponenti del marketing a intervenire direttamente nelle produzioni giornalistiche o addirittura a coordinarle”.

L’APPELLO DEL SINDACATO – Per queste ragioni l’assemblea dei giornalisti Condé Nast si è dichiarata assolutamente contraria alla cassa integrazione per le cinque colleghe e non disponibile ad avallarla in quanto “le ritiene perfettamente ricollocabili” in altre testate del gruppo. Sono otto i periodici editi da Condé Nast: Vanity Fair, Glamour, Vogue Italia, GQ, Wired, Architectural Digest, Condé Nast Traveller, La Cucina Italiana, presenti anche online. “Quello che sta accadendo in Condé Nast non è una faccenda isolata che riguarda solo i giornalisti dipendenti della casa editrice. Si tratta di un attentato alla professione e al contratto che avrà ricadute su tutta la categoria“, scrivono i giornalisti che invitano sindacato, Ordine, Inpgi e tutti i colleghi a supportare la causa.

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