Loveless del regista russo Andrey Zvyagintsev è invece un già sorprendente Kramer contro Kramer riattualizzato nella Mosca del 2012, senza il bisogno che ogni film russo debba dire qualcosa su Putin e metaforizzi la Russia attuale. La coppia bella, ricca e sistemata, persa fin troppo narcisisticamente a specchiarsi, si separa tra urla e ira, e dimentica il povero figlio dodicenne che improvvisamente a metà film scompare. Un’apocalisse alla Von Trier, intima, interiore, distruttrice di qualunque appiglio psicologico, di cancellazione graduale di ogni possibile redenzione e cura (la depressione dei compatrioti russi “tra Puskin e Putin, tra alcol e suicidi”), ma anche sottilmente ironica (la fine del mondo ipotizzata dai Maya che viene dopo il giorno dopo la festa annuale degli agenti KGB, come dicono alla radio), viene orchestrata con sinistra maestria da Zvyagintsev, cineasta tutto d’un pezzo che adora i long take e i tempi dilatati, già in nomination per Leviathan nel 2014 (superato da Ida di Pawlikowski). Esteticamente sarebbe un film da pole position, vicino ai canoni ieratici e sinuosamente misteriosi richiesti al cinema russo in termini art house d’oltreoceano. Solo che il distributore americano, Sony Classics, sembra avere puntato maggiormente su Una donna fantastica. Cinema russo, peraltro, che fino al ’92 ha gareggiato sotto la bandiera rossa dell’Unione Sovietica vincendo tre Oscar su nove nomination (quella a Dersu Uzala di Akira Kurosawa nel 1975 è davvero buffa), poi da lì in avanti ne ha vinto uno con Sole ingannatore di Nikita Mikhalkov (1994).

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Oscar 2018, mai battaglia così aperta per il miglior film straniero: tutti hanno vinto almeno un premio

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