A fine 2017 il debito pubblico italiano ammontava a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 di fine 2014. In un anno la zavorra è dunque aumentata di 36,6 miliardi e negli ultimi. A pesare, si legge nel comunicato diffuso giovedì dalla Banca d’Italia, è stato il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a 51,8 miliardi, in parte compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro scese di 13,8 miliardi. A dicembre, come era emerso già nelle precedenti rilevazioni, il ministero dell’Economia ha di fatto usato la liquidità di cassa per far scendere il fabbisogno (e il debito) oltre le previsioni., riducendolo rispetto ai 2.289 miliardi toccati in ottobre. Ci sono poi gli scarti e premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione del cambio, che hanno contenuto il debito per 1,5 miliardi.

Nell’ultimo rapporto sulla sostenibilità dei debiti pubblici degli Stati Ue, la Commissione ha sottolineato che quello italiano resta vicino ai picchi e per questo resta esposto a “rischi sfavorevoli”. Tanto che, in uno scenario in cui la Bce rialzasse i tassi del 100%, entro il 2028 aumenterebbe di 9 punti percentuali. Per Bruxelles nessun Paese rischia stress di bilancio nel breve termine, ma per Italia, Spagna, Francia, Portogallo e Belgio la Commissione Ue vede “alti rischi per la sostenibilità a medio termine” su tutti e due gli indicatori utilizzati per valutare il rischio. “In questi cinque Paesi c’è bisogno di un aggiustamento significativo di bilancio per assicurare la sostenibilità a medio termine raggiungendo il target del debito al 60% nel 2032″, si legge nel rapporto.

L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, peraltro, in un’analisi recente ha evidenziato che stando alla Nota di aggiornamento al Def 2017 del settembre scorso nei prossimi tre anni il debito pubblico dovrebbe crescere di ben 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit. Infatti il deficit (cumulato per tre anni) sarà di circa 49 miliardi. Il debito invece aumenterà di 87 miliardi, ben 38 miliardi in più. “Le carenze di trasparenza che caratterizzano i conti pubblici rendono particolarmente complesso trovare una spiegazione per questo fenomeno”, ha lamentato Cottarelli, secondo cui “un primo motivo è che ci sono operazioni che, sulla base delle convenzioni statistiche adottate in Europa, non devono essere considerate nel calcolo del deficit ma devono comunque essere finanziate indebitandosi. Una di queste operazioni è il pagamento di spese relative ai contratti derivati“. Infatti “se il paese ha dei contratti sui derivati che, come in Italia, comportano il pagamento di svariati miliardi alle banche internazionali quando i tassi di interesse scendono, questa spesa non rientra nel calcolo del deficit”.

In seguito il ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto sapere che i 55 miliardi includono “le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni Postali fruttiferi e gli introiti delle aste delle frequenze UMTS (conteggiate nel triennio solo nei dati di competenza)”.