“Non potevo disinteressarmi, nella mia doppia veste di parlamentare e componente della Commissione Antimafia, di quanto stava accadendo a Finale Emilia ad un sindaco e a una giunta sostenuti dal Partito Democratico. Sarebbe stato curioso il contrario”. Risponde così il senatore Stefano Vaccari alla notizia, diffusa dalla Gazzetta di Modena, che tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 si spese in prima persona per aiutare il sindaco Fernando Ferioli ed evitare lo scioglimento per mafia del Comune. Secondo la Gazzetta i Carabinieri consegnarono al pubblico ministero Marco Niccolini indagini ed intercettazioni che mettevano in evidenza “tentativi di protezione politica, benedetti da Vaccari, che arrivarono fino a Roma”.

Iniziative che gettano un’ombra postuma sul provvedimento assunto dal Ministro dell’Interno il 18 gennaio 2016: nonostante il parere della Commissione Prefettizia istituita a Modena, Alfano dichiarò concluso il procedimento avviato nei confronti del Comune senza rilevare “elementi necessari e sufficienti” per lo scioglimento del Consiglio comunale. La sorpresa per la decisione del ministro Alfano risulta evidente nella relazione inviata il 31 maggio 2016 dalla Presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi ai Presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso. È la relazione che riguarda 13 comuni, Roma compresa, sciolti per infiltrazione mafiosa o sotto le lenti di una Commissione d’Accesso. Tra gli altri c’è Finale Emilia dove l’11 giugno 2015 si era insediata la Commissione per accertare l’eventuale presenza di infiltrazioni della criminalità organizzata.

La relazione ricorda, anche ai parlamentari che se lo fossero dimenticati, come le indagini di Aemilia avessero portato all’arresto, “tra gli altri, del responsabile del settore lavori pubblici del comune di Finale Emilia (Giulio Gerrini, poi condannato nel rito abbreviato del processo a due anni e quattro mesi di carcere) ed evidenziato l’esistenza di rapporti di varia natura tra detto funzionario, il sindaco di Finale Emilia e il titolare di una ditta di costruzioni coinvolto nell’inchiesta (Augusto Bianchini, a processo nel rito ordinario assieme a moglie e figli), parimenti sottoposto a misura cautelare, nonché altre irregolarità nella gestione delle attività connesse alla ricostruzione successiva al terremoto del maggio 2012”.

Ma già senza aspettare gli esiti del processo la Commissione Prefettizia aveva segnalato “la non impermeabilità dell’attività del Comune a ingerenze e pressioni esterne della criminalità organizzata”. Quanto fosse permeabile il Comune alla ‘ndrangheta lo hanno poi raccontato le udienze e le indagini del processo Aemilia. La Bianchini Costruzioni srl impiegava finti dipendenti, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, forniti dai capi della ‘ndrangheta emiliana. Otteneva subappalti dalla grandi cooperative ed appalti diretti dal dirigente del Comune Giulio Gerrini, che a sua volta riceveva un premio del 2% sul monte lavori post terremoto dal responsabile comunale Giuseppe Silvestri, che a sua volta aveva un piede nella Bianchini Costruzioni di cui è stato anche presidente dopo l’esclusione dall’azienda dalla white list. Il cerchio perfetto.

Nel maggio scorso la DDA ha messo sotto indagine anche il senatore modenese Carlo Giovanardi per avere cercato in tutti i modi, “rivelando segreti d’ufficio”, di far rientrare la Bianchini Costruzioni nella white list delle imprese ammesse a lavorare alla ricostruzione post sisma, malgrado i contatti con la cosca Grande Aracri. Ed anche il sindaco Fernando Ferioli fu generoso con i titolari dell’impresa, quando chiuse un occhio sull’assegnazione di lavori ad una neonata società del figlio di Bianchini per aggirare l’ostacolo dell’interdittiva antimafia. “L’ho fatto perché le colpe dei padri non ricadano sui figli” si è giustificato in aula davanti ai giudici l’ex sindaco l’8 marzo 2017.

Ma nel suo Comune di cose sbagliate ce n’erano un po’ troppe, dicono le indagini di Carabinieri e Procura. Documentazioni amministrative inesistenti, date cambiate sulle relazioni di fine lavori per farle risultare consegnate anzitempo e pagarle, frazionamenti privi di ragione e logica, sopralluoghi nei cantieri fatti da imprese prima dell’assegnazione lavori, subappalti attivati senza il preventivo assenso del Comune, pagamenti autorizzati nonostante il parere contrario dei responsabili, tecnici delle aziende private che preparano i documenti di competenza del Comune, una società che riceve il primo appalto pubblico solo quattro giorni dopo essere stata costituita. E stiamo parlando di lavori post terremoto, di quell’evento che ha azzoppato una mezza regione tra il 20 e il 29 maggio 2012 con 27 morti, centinaia di feriti, quindicimila sfollati.

Dice ancora la relazione della Commissione Antimafia che la presidente Rosy Bindi invia a Camera e Senato con la richiesta di inserirla nel calendario dei lavori dell’Assemblea: “Era quindi venuta meno (nel Comune di Finale Emilia) quella diversità di ruoli che, in un Comune, appare essenziale per assicurare un efficace controllo della legittimità dell’azione amministrativa e per garantire il buon andamento complessivo e l’imparzialità. L’impropria situazione configurata nell’apparato amministrativo e gestionale del comune di Finale Emilia era apparsa alla commissione di indagine ancor più evidente in relazione alle modalità operative dell’ufficio lavori pubblici, ambiente, manutenzione ed energia di cui era responsabile il geometra Giulio Gerrini. Nel quadro di generale disordine amministrativo è stata, inoltre, riscontrata l’inesistenza di 143 determine e di 39 delibere, assunte fittiziamente solo attraverso la protocollazione. Irregolarità queste che apparivano inserirsi in un quadro di frequentazioni e contiguità di alcuni amministratori e dipendenti con i titolari di ditte vicine a noti clan mafiosi. Lo scenario complessivo emerso dalle attività di indagine denotava un quadro tale da poter legittimare l’adozione delle misure normativamente previste in un’ottica di prevenzione.

Il ministro dell’Interno, tuttavia, con provvedimento del 18 gennaio 2016 ha dichiarato concluso il procedimento ritenendo che gli elementi emersi non presentassero la necessaria congruenza per disporre la misura dissolutoria”. Oggi apprendiamo che anche il senatore Stefano Vaccari si “interessò” della vicenda. Il senatore aggiunge: “Sarebbe stato curioso il contrario”. Ma un conto è interessarsi, altro conto è spingere per una soluzione che privilegia l’appartenenza al merito.