La burocratizzazione dell’università, di cui ho già parlato qui, non si arresta, anzi. Intendiamoci: è naturale che l’Università debba sottostare a regole generali della Pubblica amministrazione. Talvolta, però, questo principio finisce per causare problemi. Un esempio è l’abolizione dei “co.co.co”; questa, che può apparire come una misura benefica di riduzione del precariato, in realtà farà inceppare un meccanismo secondo me sano e utile.

Mi spiego: capita che una ricerca venga condotta nell’ambito di una tesi di laurea magistrale; è un do ut des onesto e apprezzato: ti faccio laureare con una tesi che sarà anche un buon biglietto da visita e intanto contribuisci a una ricerca d’avanguardia. Visto che spesso ne viene fuori un articolo a nome anche del laureando, la cosa conviene a tutti. Però difficilmente la ricerca riesce a concludersi nei tempi, sempre stretti, della tesi; d’altra parte la persona ovviamente più adatta a concluderla è proprio il neolaureato.

Se il mio gruppo di ricerca ha qualche soldo a disposizione (fondi ministeriali, europei o, nel mio caso, da contratti con aziende), mi pare naturale offrire al neolaureato qualche centinaio di euro per concludere la sua parte di ricerca. Fino a quest’anno è possibile, anche se con una procedura macchinosa: infatti ci vuole un bando di concorso. Naturalmente faccio domanda al Dipartimento, che poi delibera in Consiglio. Poi si apre il bando, che deve pur stare aperto quei quindici giorni, poi in fretta si riunisce la commissione che esamina l’unico candidato; fino all’anno scorso, poi, tutto passava alla Corte dei Conti a Roma, che aveva 60 giorni per convalidare o no! Totale (qua lo dico e qua lo nego): il giovane comincia il lavoro appena passati i festeggiamenti e probabilmente lo finisce poco dopo la firma del contratto. All’italiana, per fare le cose giuste si deve comunque commettere un’irregolarità.

Sarò sincero: c’è anche un altro aspetto che rende piuttosto ipocrita tutta la faccenda. Infatti, dovendo indire un concorso, lo faccio con un titolo tagliato su misura non sul laureando come persona, ma sulla ricerca che sta svolgendo. Lo so che queste sono poi le cose che finiscono sui giornali e scandalizzano i lettori. Ma se dev’essere completato, commentato, ottimizzato, sperimentato il software che il giovane ha scritto per il “calcolo dell’omologia persistente con funzioni filtranti 2-dimensionali” cosa volete che scriva nel bando?

Davanti a tutto ciò è intervenuta la “semplificazione burocratica”. Forse è stata abolita questa assurda trafila? Forse si è capito che, se spendo i pochi soldi disponibili per Tizio, poi non ne ho per Caio o per un acquisto o per una trasferta? Forse si è detto: non si fa più un concorso farsa, è sufficiente il controllo del dipartimento? No, dal 2018 sarà abolita la possibilità di finanziare una collaborazione di questo tipo! Perciò il neolaureato o finirà gratis il lavoro (sperando in fantomatici vantaggi successivi o semplicemente per amore della ricerca) o ci saluterà e basta.

Ma ci può essere di peggio. Il principio generale, di per sé ragionevolissimo, che ogni spesa non debba favorire questo o quel commerciante rischia di investire i seminari scientifici! Infatti in questi giorni gli uffici del mio Ateneo stanno considerando se non sia necessario sottoporre a concorso, salvo casi eccezionali, anche l’assegnazione di una conferenza. Mi spiego: supponiamo che a Pisa ci sia come professore visitatore un grande nome del nostro campo e che vogliamo chiedergli di fare una conferenza al nostro dipartimento, offrendogli 250 Euro (lordi, beninteso, e su fondi riservati al mio gruppo!). Fino a poco tempo fa avrei solo dovuto fare richiesta al mio dipartimento, allegando una lettera formale d’invito e il curriculum del conferenziere. Se si affermasse l’interpretazione temuta, io dovrei bandire un piccolo concorso per vedere se ci sia (in Italia? nel mondo?) qualcuno che possa tenere quello stesso seminario. Magari, dati i tempi di emissione del bando, il necessario periodo di apertura, la riunione dell’apposita commissione ecc. il professore visitatore intanto se n’è tornato a casa sua. Ma soprattutto che dire della figura assurda che ci faremmo?

Spero ardentemente che si tratti di un falso allarme, che gli uffici dicano che è stato un malinteso. Altrimenti dovremo esercitare l’italica furbizia giocando sull’espressione “salvo casi eccezionali” oppure avremo aggiunto ai ritardi, all’ipocrisia, alla diffidenza anche il ridicolo.