“Wir sind dal Volk”, Noi siamo il popolo, scandivano, gridavano, ma senza violenza, forse supplicavano in qualche modo, o mettevano in guardia, si può dire, i 70mila tra giovani, vecchi, donne, uomini, anche bambini, a cui probabilmente sembrava di essere a una grande festa pacifica insieme ai papà e alle mamme, che il 9 ottobre 1989 erano scesi in piazza a Lipsia provenienti da tutto un Paese che allora si chiamava Repubblica Democratica Tedesca. Democratica. E che però aveva dimenticato il concetto di democrazia, interpretando il pensiero comunista in un modo così staccato da popolo, che il popolo alla fine si era ribellato. Vai a leggere le cronache dell’epoca e il fermento di quell’anno si misurava in numeri sempre più grandi. Il 23 ottobre in piazza erano in 200mila, il 30 dello stesso mese in 300mila, il 6 novembre in 400mila. Una inarrestabile valanga di gente. Sempre più potente.
Quarant’anni prima il 7 ottobre del 1949 era nata la DDR dalla divisione voluta dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Un pezzo di Germania era finito nella gestione dell’allora potentissima Unione Sovietica. Gestione rigorosa, severa, persino efficace per rimettere insieme i brandelli fisici e sociali lasciati dalle follie naziste. Con qualche “controindicazione”. Uno Stato sociale generoso, all’inizio, che dava lavoro a tutti, una casa, persino il telefono, il diritto alla sanità, allo sport. Poca autodeterminazione, ci pensavano a Berlino, parte Est perché anche Berlino era stata divisa in due, a gestire il popolo, con le direttive ideologiche supreme di Mosca.
Poi piano piano il rigore era diventato imposizione. D’accordo i bisogni primari soddisfatti, o quasi, ma mancava la cosa a cui tutti si aspira, la libertà. Anche costo di pagare dazio. D’accordo il presunto Paradiso incantato, la presunta prigione dorata, ma lasciateci la libertà di scegliere. Invece per sfuggire al regime, nel caso non si fosse stati d’accordo, e sentirsi ideologicamente liberi, bisognava evadere. Letteralmente. Scappare, tagliando le sbarre. Ma la Storia insegna che le imposizioni non hanno mai un lieto fine. Era dal 1983 che a Lipsia si organizzavano pacifiche riunioni di piazza per il banale diritto di ciascuno di lasciare il Paese. Non si poteva. Si era chiusi dentro i confini. Solo chi era in pensione poteva farlo, cioè chi non era più forza lavoro, non rappresentava più una risorsa. Gente inutile. Sì, i pensionati erano liberi di andarsene.
Così due giorni dopo i festeggiamenti dell’anniversario della data della DDR l’inizio della fine. Di un regime imposto. “Non si voleva necessariamente la fine della Repubblica democratica” dice ancora adesso chi in piazza quel giorno c’era “ma si manifestava contro il disgregarsi di un’idea socialista, che era stata tradita, anche se probabilmente a molti poteva anche piacere”. Un mese dopo, esattamente un mese dopo, crollava il muro, le Trabant invadevano Berlino Ovest e il giorno dopo gli umiliati cittadini dell’Est potevano andare e venire, persino comprarsi una delle Bmw o Mercedes usate e macilente comparse il giorno dopo con il cartello verkauf, vendesi, materializzatesi il giorno nelle piazze di Berlino Ovest, diventata una sola Berlino. I simboli dell’Occidente corrotto campeggiavano sotto la Porta di Brandeburgo, occhieggiavano parcheggiate sotto i tigli del viale Unter del Linden. Uno sogno occidentale irrealizzabile, la Bmw!, la Mercedes! con il punto esclamativo per chi aveva dovuto aspettare anni, decenni per avere per avere una Trabant. Si dice alla nascita di un figlio si prenotasse la piccola pericolosa macchinetta di plastica, perché a 18 anni potesse averla. Ma ecco che dal 9 novembre era cambiato tutto, passati dalla grigia culla del socialismo reale alla frizzante, difficile, inaspettata lotta per la sopravvivenza nel sistema capitalistico.
C’ero anch’io quella notte di ordinata follia ed esplosione di gioia, l’ivasione delle Trabant con la loro scia di fumo azzurrino, la folla a piedi. Chi non trovava il passaggio si arrampicava sul muro e lo scavalcava sotto lo sguardo dei vopos, i poliziotti di frontiera dell’Est, che fino a ieri avrebbero sparato senza pietà. Io e un grande fotografo, Roberto Meazza, capitati lì per caso durante un normale reportage. Roberto che contava i rullini che aveva in borsa e si chiedeva se fossero bastati. Non fu programmata la caduta del muro, sappiamo, accadde per caso e per caso mi ero trovato ad essere testimone del più grande evento storico del secolo, credo. Conservo anche un pezzetto di muro, raccolto da sotto i picconi di che lo smantellavano. Una reliquia. Pensare che la rivoluzione era partita da qui, da questa piazza che si chiama Augustusplatz dove ogni 9 ottobre si celebra un rito che raccoglie tutta Lipsia intorno alla commozione di un popolo intero, la Festa delle Luci.
C’ero anch’io quest’anno a partecipare a un rito profondo con il ricordo di quella notte di 28 anni fa, ispirata, provocata, voluta da questo popolo forte e determinato. Ogni 9 ottobre appena si fa buio cominciano a scintillare piccole fiammelle tremolanti, qualcuna sparsa, poi sempre di più, e sempre di più, fino a diventare migliaia, migliaia di candele a illuminare appena appena i volti di uomini donne bambini. Volti in penombra, vecchi e giovani silenziosi, sparsi sul grande slargo dell’Augustusplatz tra l’Università e il Teatro dell’Opera. Anche chi non ha nemmeno i 28 anni di età necessari per sancire che, pur appena nato, quel giorno c’era. Poi ragazzi più giovani che hanno vissuto la ricostruzione. Bambini che, come i bambini di allora, partecipano alla grande festa. Tutti silenziosi, sparsi sul grande slargo. Poi dal palco montato per l’occasione musica, balli, parole commosse. Forse del sindaco. Forse di qualche testimone di allora. Solo in tedesco. Non capisco, ma colgo l’emozione e la commozione. Sembrano parole calme, pacate. Non ci fu mai violenza, infatti, nelle manifestazioni di quel 1989, tanto che questo stupì e spiazzò l’apparato sovietico che forse avrebbe preferito reagire alla violenza, sarebbe stato più facile. La stessa atmosfera pacifica che si respira nella Festa delle luci.
E come non può essere una citta speciale Lipsia con questa storia alle spalle? E quel che era prima ancora. I commerci del Medioevo, che ne facevano una delle città europee più ricche e vivaci e poi la cultura nei secoli successivi. L’università fondata nel 1409, la musica con i grandi che hanno legato il loro nome alla città, Bach, Wagner, Mendelssohn per dire. Dimenticavo Schumann. E poi Goethe, Schiller in altri campi. Tutta gente innovativa, creativa.
Ci sono 25 musei a Lipsia, 6 orchestre sinfoniche con al primo posto la celebre Gewandhausorchester Leipzig una delle migliori di tutta la Germania e naturalmente le manifestazioni culturali sono disseminate per tutto l’anno. Per esempio il Bachfest dedicato al compositore che non era nato qui ma aveva scelto di viverci. Fasti, raffinatezze, allegria (cosa c’è di più allegro della musica di Bach?) che stridevano con il grigio rigore sovietico. Così anche anche quel che è venuto dopo la riunificazione delle due Germanie è qualcosa di speciale.
Lipsia dovette curare le sue ferite profonde, fisiche e morali. Quelle morali le senti nei racconti commossi di chi c’era e ha perso una parte di vita. O nei racconti di chi rimpiange il prima e fu costretto a cambiare di nuovo. Quelle fisiche sono lì, o meglio si vedono i “cerotti” che le coprono. Cerotti meravigliosi, lustri, futuristi. Le bombe alleate non avevano raso al suolo la città come era accaduto a Dresda, ma distrutto edifici qui e là. Ferite localizzate, insomma. Comunque profonde e diffuse. Lo schock dei palazzi distrutti dai bombardamenti a tappeto, poi lo schock degli interventi del regime per cancellare i simboli del passato sassone, grandiosi e ricco, fatto di monumenti, piazze, chiese. Drammatiche fotografie scattate con un teleobbiettivo da lontano (fu una ragazza piazzata in un edificio a qualche centinaio di metri) documentano la distruzione con la dinamite della Paulinerkirche, chiesa gotica di valore immenso, tra le più belle chiese gotiche d’Europa in un giorno del 1968 con tutta la gente di Lipsia e battaglioni della Stasi, la famigerata polizia del regime, a difendere l’operazione più odiosa mai compiuta. Doveva essere il simbolo della vittoria del regime sulla religione. Nell’area venne costruita l’Università, intitolata con un certo cinismo a Karl Marx. Una grande e bella Università, bisogna dire, poi modificata negli anni. E al posto esatto della vecchia Paulinerkirche, più tardi negli anni della ricostruzione, è stata realizzata la facciata di una chiesa che la ricorda, ma in stile moderno e lievemente inclinata come se stesse cadendo e non è colpa del fotografo se non la vedete diritta. Davanti su un piedestallo una piccola riproduzione in bronzo della chiesa distrutta. Monumenti simbolici ce n’è dappertutto in una città che non può dimenticare una storia così drammatica. La Jahrhundertschitt, un’inquietante statua di bronzo di Wolfgang Mattheuer piazzata per sconcertare i visitatori stranieri in un angolo del centro (in Grimmaische Strasse), vuol dire, più meno il “secolo passato” o “passaggio del secolo”, è un’allegoria in cui si leggono i conflitti che hanno sconvolto il mondo, nazismo, comunismo, povertà, dittatura, potere. Dal punto di vista estetico una specie di uomo che fa il saluto nazista e il pugno comunista ha un piede nudo e uno con uno stivale. Non tutte le opere simboliche vengono bene. Poteva diventare una città mesta chiusa nel suo dramma. Invece in un rilancio sorprendente è diventata una ricca città come ai tempi delle sue fiere medievali o prima della Seconda Guerra quando contava 750mila abitanti. Dopo il disastro del conflitto mondiale la popolazione era drasticamente diminuita, ma oggi si è attestata intorno al mezzo milione di persone. L’industria è florida (ci sono le fabbriche di Bmw e Porsche), quasi simbolicamente ha sede qui la Dhl, gigante dei trasporti con quasi 300mila addetti, 420 aerei, 76mila veicoli, 6500 uffici in tutto il mondo. Ed è a Lipsia una delle stazioni ferroviarie più importanti della Germania e probabilmente d’Europa, la Leipzig Hauptbanhof, incrocio di merci e di gente.
E tutto questo lo leggi, lo percepisci, non ti sfugge perfino se sei solo un turista vagante.
Ci si piazza, per esempio, all’Hotel Fregehaus, perché non un albergo come gli altri ma è quasi un simbolo della ricostruzione. Era una grande, vecchia casa tradizionale lasciata al degrado durante il periodo sovietico che badava più a costruire casermoni abitativi in periferia più che a salvare le perle del centro storico. Architetti geniali, come quelli che si sono scatenati in tutta la Germania dopo la Guerra a cominciare da Berlino, l’hanno salvata e ne hanno fatto un affascinante luogo di transito. Non c’è una hall tradizionale e neanche gli addetti sono tradizionali, elementi architettonici di pregio e oggetti di sìdesign dappertutto. Per di più è a un passo dalla Marktplatz da dove si parte per andare a godersi il centro. Rigorosamente a piedi, perché è quasi tutto pedonale, e dove non è pedonale il traffico è attento e quasi inesistente. La Lipsia “milanese” ruota tutto intorno ma non mi è venuto mai in mente il termine frenesia. Sembra che i trasporti pubblici siano più efficienti che altrove, che la gente di ogni censo ed età non disdegni di usarli e l’uso della bicicletta è quasi secondo solo ad Amsterdam. Per dire. E il numero di biciclette e ciclisti notati in giro anche in inverno significa qualcosa.
Già la Marktplatz va perlustrata con attenzione, magari dribblando la pizzeria Rizzi, uno dei tanti templi di classica gastronomia italiana che costellano la città per preferire la Spizz Leipziger jazz& musik club un ristorante tradizionale ma moderno, come sono capaci di fare da queste parti. Va bene per una pausa a mezzogiorno e per ascoltare musica la sera cenando. Poi l giro classico per esempio comincia con il museo di Bach per passare poi al museo della Belle Arti e finire all’inquietante museo della Stasi, che era la polizia politica della Germania dell’Est. Ogni tanto incontri una statua di Bach, una di un altro musicista, una pizzeria Vesuvio e una Positano, la casa dove ha vissuto questo o quello.
Ma in tutto questo vagare si sfiorano quei “cerotti” di cui si parlava prima, le costruzioni moderne, anzi modernissime, anzi futuriste tutte ferro, cristallo, forme strane effetto dell’invasione pacifica e benefica degli architetti post guerra. Dentro si sono grandi magazzini, boutique, negozi di elettronica. Facciate spettacolari di ardito design che fanno da contraltare ai celebri classici Passage che sono preziose gallerie che uniscono due strade, dove da 500 anni ci si ritrova e si passeggia quando c’è brutto tempo. O da contraltare alle corti delle vecchia case signorili o ai palazzi della Fiera. Insomma qui più che altrove è lo straordinario mix intrecciato di classico e moderno che affascina. Così passi del luccicante Mac Donald’s (che naturalmente non viene citato sulle guide classiche) all’Auerbachs Keller, nel Midler Passage appena dietro la grande statua che rappresenta il Faust di Goethe. La super tradizionale taverna tedesca arrivata fino a noi. Esiste dal 1525, da allora sono cambiate solo le cameriere, neppure gli abiti tradizionali che indossano. E poi l’Università. Anche qui architetti scatenati e la storia che sbuca da tutte le parti e poi su all’ultimo piano della Panorama Tower, 29esimo, c’è anche un ristorante e ci si va a pranzo per guardarsi la città in un solo colpo d’occhio. E’ proprio sopra la Augustusplatz, vistoso ultino tocco ultramoderno di una delle città più classiche del mondo. C’è da farsi venire il mal di testa con questo turbinio di forme e contrasti. Perché andarci? Per vivere un’emozione. Perché Lipsia è proprio questo, fascino ed emozione.

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