Donald Trump vuole portare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, con il riconoscimento della Città Santa come “capitale indivisibile” dello Stato d’Israele. Il mondo arabo manifesta preoccupazione: lo fa la Turchia, l’Egitto, l’Arabia Saudita con la Lega Araba; lo fanno le cancellerie europee il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel. “Una mossa azzardata, ma tutt’altro che casuale – commenta Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano – Trump è un personaggio spesso grottesco, è un cinico, ma non è stupido. Sa che così non perderà l’appoggio di alleati in Medio Oriente come Riyad, più interessata a combattere l’Iran che a difendere Gerusalemme, e nel frattempo rinsalda i rapporti con Israele e distrae l’attenzione dallo scandalo Russiagate che potrebbe travolgere la sua famiglia”. Lo ha già fatto in passato: quando soffre in politica interna, il tycoon schiaccia il pulsante d’emergenza della “distrazione” in campo internazionale.

La mossa del magnate che siede nello Studio ovale può apparire quasi autolesionistica. Riconoscendo Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, Trump creerebbe a se stesso più di un grattacapo in Medio Oriente. Innanzitutto, il principale rischio è quello di una nuova ondata di violenze tra la popolazione palestinese e quella israeliana, con la Città Santa come epicentro degli scontri. Secondo, in un momento di debolezza rispetto alla Russia, specialmente in Medio Oriente, una scelta del genere rischia di incrinare i rapporti tra l’amministrazione americana e i Paesi arabi suoi alleati e indebolire ulteriormente la posizione di Washington nell’area. La realtà, tuttavia, è più complessa.

“Quella di Trump è una mossa spregiudicata – continua Parsi – ma è meditata. Lui e i suoi consiglieri hanno deciso di sposare l’interpretazione data da una parte della stampa israeliana negli ultimi giorni: i Paesi arabi protesteranno formalmente, ma ci sono interessi più grandi che non vogliono compromettere. Lo dice la storia: quante volte la politica israeliana sugli insediamenti in Palestina ha provocato una vera reazione?”. Il legame tra Washington e l’Arabia Saudita, sostiene il professore, riguarda soprattutto la lotta all’ascesa iraniana. Una battaglia che condividono proprio con Israele: “L’obiettivo principale dei sauditi è quello di contrastare il potere degli ayatollah – prosegue il docente – per essere forti su questo fronte hanno bisogno dell’appoggio americano. La lotta a Teheran è in cima alle priorità di Riyad, pronta per questo a sacrificare anche Gerusalemme”.

I motivi dietro a una scelta così divisiva, però, non possono limitarsi alla volontà di mantenere stretti rapporti tra la Casa Bianca e il governo di Tel Aviv, con il quale l’intesa è sempre rimasta salda nonostante le tensioni registrate durante l’amministrazione Obama. “I motivi sono tanti – conclude Parsi – prima di tutto, non dobbiamo dimenticare che dietro a questo presidente cova un furore ideologico che ha ereditato dal governo di George W. Bush e dal quale è dominato: quello secondo cui Israele è il bene assoluto. Chiarito questo aspetto, che trova conferma nell’operato di Jared Kushner, consigliere capo e genero del presidente molto vicino alla lobby israeliana degli Stati Uniti, quest’ultima decisione ha anche altre motivazioni. Intanto, è un modo per cercare di trovare nuovi consensi in vista delle elezioni di midterm che si terranno tra poco meno di un anno. Ma, soprattutto, si tratta dell’ennesimo tentativo di spostare lo sguardo dell’opinione pubblica sulla politica internazionale, cercando di distogliere l’attenzione dalle ultime novità legate allo scandalo Russiagate” che, secondo le rivelazioni di alcuni media statunitensi, potrebbero portare l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, a coinvolgere lo stesso Kushner, e quindi la famiglia del presidente, nello scandalo dei rapporti segreti tra l’entourage di Trump e il governo di Mosca.

Non è la prima volta che il tycoon ricorre all’arma di distrazione di massa in politica estera per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà della sua amministrazione. Tra marzo e aprile, ad esempio, nell’arco di 20 giorni il neopresidente aveva inanellato ben quattro sconfitte pesanti: il 16 marzo il giudice federale dello Stato delle Hawaii, Derrick Watson, infliggeva la seconda bocciatura al Muslim Ban, il decreto attuativo con il quale si sospendeva l’entrata negli Stati Uniti di rifugiati e dei cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana; il 24 marzo, poi, è stata la volta del ritiro della riforma sanitaria che doveva cancellare l’Obamacare perché “non aveva i voti in Parlamento”; il 5 aprile il guru nazionalista Steve Bannon viene estromesso dal National Security Council; il giorno successivo, l’ostruzionismo dei senatori democratici costringe Trump a ricorrere alla cosiddetta opzione nucleare per nominare Neil Gorsuch giudice della Corte Suprema. Sommerso dalle critiche interne per questi continui fallimenti, il 7 aprile il presidente dà ordine di lanciare 59 missili Tomahawk contro la base militare siriana di al-Shayrat  dalla quale, sostengono, sarebbe partito l’attacco chimico che fece strage di civili nel villaggio di Khan Sheikhoun. L’operazione alza improvvisamente la tensione tra Stati Uniti e Russia e fa temere per lo scontro tra le due superpotenze. Segue, il 9 aprile, la decisione di inviare navi da guerra americane, guidate dalla portaerei Carl Vinson verso la penisola coreana.

Uno schema simile si ripropone a maggio. A inizio mese, i rapporti tra Washington e Pyongyang sembrano essere tornati sotto la soglia allarme. Il capo della Casa Bianca si dichiara addirittura “disponibile a un incontro con Kim”, mentre dalla Corea del Nord si dicono disposti a trattare col magnate americano. Il 17 maggio, però, si insedia il procuratore speciale per le indagini sul Russiagate, Robert Mueller, e 8 giorni dopo, il 25 maggio, la Corte d’Appello boccia nuovamente il Muslim Ban. Il 1° giugno Trump conferma l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi sul clima. Mentre la tensione con Pyongyang torna a salire, con gli Stati Uniti che svolgono esercitazioni militari nel Pacifico, fino a raggiungere il suo culmine con la morte a giugno dello studente americano rimpatriato dal regime di Kim Jong-un e, ad agosto, con il lancio del missile coreano che ha sorvolato un’isola giapponese.

L’ultimo precedente che descrive la strategia di Trump si ha a fine agosto. Il 18 il mondo assiste alla cacciata di Steve Bannon dal ruolo di Consigliere strategico. Un sacrificio imposto dai nuovi consiglieri militari di Trump. Quattro giorni dopo, il presidente annuncia lo stop alla ritirata e l’invio di un nuovo gruppo di 4mila militari pronti a combattere la guerra al terrorismo in Afghanistan.

Twitter: @GianniRosini