“Se ti uccide una donna non vai in paradiso”. Così la pensano i jihadisti dell’Isis, e questo stravagante pregiudizio di genere si è ritorto contro di loro. Nel numero attualmente in edicola, il mensile FqMillennium, diretto da Peter Gomez, racconta la storia di Martire Nujan, un corpo speciale di cecchine, tutte donne, inquadrate nelle milizie curde dell’Ypg, che hanno dato il loro contributo nella liberazione di Raqqa, la città siriana ormai ex roccaforte dei jihadisti. Oltre alla buona mira, è proprio la credenza sul paradiso negato a rendere queste cecchine particolarmente temibili agli occhi dei combattenti del Califfato.

Il reportage della giornalista Sara Manisera e della fotografa Arianna Pagani (suo lo scatto qui pubblicato) racconta dal vivo la vita sul campo di queste donne, prevalentemente curde ed ezide, spesso giovanissime. “Quando sanno che ci sono donne al fronte, i miliziani scappano, o si uccidono, perché pensano di finire all’inferno”, spiega per esempio Sharia Halab, una delle quattro comandanti di stanza a Kobane. “Questo altera la psicologia del nemico e di tutto il gruppo, rendendolo più fragile”.

Raqqa è data come libera, l’Isis batte in ritirata su vari fronti, ma le donne cecchino non intendono tornare a casa a riprendere la vita di sempre. Dalle loro voci emerge l’intenzione di diventare un riferimento per un nascente movimento femminista nell’area. Non lontano da Kobane è sorto Jinwar, il primo “villaggio ecologico di sole donne”, molte delle quali arabe e curde in fuga dall’Isis. Ma non basta. “Questo è un mondo impregnato di patriarcato”, continua la comandante Halab, “indipendentemente dalla religione. E’ giunta l’ora di liberarcene e di conquistare tutte le posizioni occupate da sempre dagli uomini”.

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