Nei prossimi mesi la Consulta deciderà se alcune delle norme del Jobs act sono in contrasto con la Costituzione dopo che il 26 luglio scorso il tribunale del lavoro di Roma ha chiesto ai giudici costituzionali di esprimersi innanzitutto sull’indennizzo previsto in caso di licenziamento illegittimo. La riforma ha infatti definito un minimo di quattro mesi con l’aggiunta di due mesi per ogni anno di anzianità maturato dal lavoratore. Una bella differenza anche con il regime Fornero, che aveva ammorbidito la disciplina in materia di licenziamenti prima della definitiva cancellazione dell’articolo 18 voluta dall’esecutivo di Renzi. Per capire di cosa parliamo, ma soprattutto quali sorprese le aule dei tribunali potrebbero riservare alle tutele crescenti, abbiamo intervistato alcuni degli avvocati presenti al Convengo dell’AGI (Avvocati giuslavoristi italiani) a Torino. E a due anni dall’entrata in vigore dei nuovi contratti, abbiamo chiesto loro di licenziarci. Un test pre e post articolo 18, per capire come si comportano i datori di lavoro e quali sono le tutele che rimangono al dipendente licenziato. Ma anche per capire se la riforma “che ci chiede l’Europa” sia davvero in linea con le normative comunitarie. Perché, ne è convinto il vicepresidente dell’AGI Vincenzo Martino: “Nuovi elementi di costituzionalità potrebbero derivare dal fatto che la Carta prevede l’obbligo per i nostri legislatori di conformarsi alle norme europee. Dove si prevede, ad esempio, che l’indennizzo sia sufficiente anche come deterrente di un licenziamento pretestuoso”. E in Europa, intanto, sta per arrivare il reclamo presentato dalla Cgil al Comitato europeo dei diritti sociali.

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