Ventiquattro maggio, 13 miglia dalla costa libica. Una motovedetta italiana della Guardia Costiera, la CP 288, è bersaglio di alcune raffiche di arma da fuoco da parte di una motovedetta della Guardia costiera libica. L’ipotesi è che si tratti di una di quelle fornite dall’Italia alla Libia. A dare la notizia è il sito Grnet, confermata a ilfattoquotidiano.it da un ufficiale.

Questo è solo l’ultimo esempio di come il tratto di mare che divide la Libia dall’Italia sia fuori controllo. Il pericolo è per autorità, migranti, pescatori. I tentativi di abbordaggio sono frequenti, così come a volte capita che le motovedette libiche sparino sui natanti italiani. Questo nonostante la formazione offerta dagli italiani alla Guardia costiera libica. L’ultima raffica di mitra contro i pescatori si è registrata in gennaio, ma la paura ha spinto tantissimi pescatori a spostarsi dalle coste siciliane fino alla Grecia, al Mediterraneo Orientale. Gli attori in gioco sono moltissimi: solo sotto il governo di Fayez Al Sarraj ci sono due Guardie costiere: una più vicina al ministero della Difesa e un’altra più vicina al ministero dell’Interno, con il quale l’Italia – ricostruiscono diversi analisti – avrebbe rapporti più stretti.

C’è poi il governo di Tobruk, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, che tiene in scacco lo spicchio di mare a est di Bengasi. Il 14 maggio a 25 miglia dalla costa libica, di fronte Derna, quindi in piene acque internazionali, il peschereccio Primo Ghibli, appartenente al Distretto di Mazara del Vallo, è stato sequestrato dalle milizie. Tenuto in ostaggio per due giorni al porto di Ras al Hilal è stato successivamente rilasciato, su pagamento di una “multa”. “Almeno in questo caso sapevamo che chi ha sequestrato l’imbarcazione era vicino al generale Haftar che è un interlocutore – spiega Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto della Pesca e Crescita Blu – In altri casi si è trattato di cani sciolti”.

È andata peggio, infatti, al peschereccio Daniela L., imbarcazione del Distretto di Mazara definitivamente confiscata nel 2012. All’epoca anche fu fermata la Giulia PG, altro peschereccio mazarese. Ancora non è chiaro quale gruppo abbia inizialmente abbordato il peschereccio. Un altro incidente, nel gennaio di quest’anno, ha interessato tre pescherecci sempre del Distretto siciliano; tra essi il motopesca Principessa Prima ha subito un attacco armato a colpi di mitraglia. “Subito dopo il fatto sia il governo di Tripoli che quello di Tobruk – ricorda Tumbiolo – hanno dichiarato in modo identico il tentativo di attacco, la nave era accusata di pescare in una zona interdetta”.

Dal 2005, infatti, Gheddafi ha rivendicato una zona di pesca esclusiva: 62 miglia oltre le 12 canoniche che delimitano le acque territoriali di un Paese. Secondo tutte le autorità libiche, ufficiali e non, quello specchio di mare sarebbe di loro appannaggio esclusivo. E questo accade nonostante nessuna autorità frontaliera o internazionale abbia mai riconosciuto la zona protetta. Con la caduta di Gheddafi, andare per mare è diventato più pericoloso. La frammentazione che c’è ora ha peggiorato ulteriormente la situazione: “L’unica strada percorribile – spiega Tumbiolo – è la collaborazione attraverso l’istituto delle joint venture con il coinvolgimento degli attori storici, cioè i pescatori di Mazara del Vallo, gli unici che esercitano, nelle acque internazionali antistanti la Libia, da sempre, la pesca al gambero rosso. Il fine è quello di evitare i sequestri e, soprattutto, i colpi di mitra ai nostri pescatori”.

Non è la prima volta che l’Italia cerca di costruire una partnership insieme alla Libia. Il tentativo più ambizioso è stato il Trattato di amicizia Italia-Libia, siglato nel 2008 dal rais Muhammar Gheddafi insieme a Silvio Berlusconi. Poi, tra il 2012 e il 2014, c’è stato un accordo bilaterale per fornire nuovi mezzi e formazione ai libici, sempre con l’intento di costruire forze dell’ordine affidabili “Il governo di unità nazionale all’epoca aveva cercato di costituire un nuovo esercito – spiega il ricercatore dell’Ispi Arturo Varvellli -. Le milizie però sono state assimilate al ministero della Difesa e dell’Interno non come individui singoli ma come brigate. Non si forma così un esercito”. Infatti le milizie avevano una “doppia affiliazione”: da un lato alla nascente forza nazionale, dall’altro al signore delle guerra a capo di una milizia. Questa seconda affiliazione ha avuto la meglio sulla prima.

In particolare a Tripoli, sono diversi i gruppi che hanno fatto cartello intorno a Serraj. Ognuno controlla un pezzo di territorio oppure svolgono compiti da polizia speciale, qualcuno anche con l’obiettivo di fermare i migranti. Ci sono le milizie di Abdul Ghani Al-Kikli, protagoniste di diversi conflitti a fuoco a febbraio. Le Brigate Nawasi, salafite ma di una corrente rivale ai Fratelli Musulmani, sono invece particolarmente attive nel combattere chi traffica droga e chi beve alcol. La polizia Rada, sotto il comando di Abdel Rauf Kara, controlla invece la zona dell’aeroporto di Mitiga. Fuori dalla capitale il caos è a volte persino peggiore, come a Misurata, dove nessuna milizia locale ha preso il sopravvento. A Sabratha, invece, Varvelli cita altri gruppi che si starebbero arricchendo grazie al traffico di esseri umani. Ad al Zawiya, ormai da tempo, è emerso un trafficante su tutti. In Libia lo conoscono come al Bija e oggi è il referente della Guardia Libica in città. Lo accusano di aver sequestrato navi ai pescatori tunisini e di essere parte del traffico di esseri umani. “L’importante per l’Italia in questo momento è dialogare non solo con una milizia se si vuole formare un’autorità nazionale forte – aggiunge Varvelli -. Il processo sarà certamente molto lungo”.

“La vera domanda a questo punto è se le Guardie costiera rispondono agli ordini dell’autorità nazionale”, si chiede Claudia Gazzini senior analyst sulla Libia per l’International crisis group. Gli indizi che ha raccolto sul campo circa un mese fa non sono beneauguranti: “A Zuwara ho chiesto a un ufficiale della Guardia costiera se rispondeva agli ordini del governo centrale a Tripoli. Per tutta risposta si è messo a ridere”.

Il progetto italiano lanciato da Minniti in Libia non si ferma nemmeno alla costa. Vuole mettere ordine anche al caos che regna nel Sud, con l’obiettivo di impedire che nuovi migranti subsahariani possano entrare nel Paese. Si iscrive dentro questa strategia anche l’accordo che il ministro dell’Interno Marco Minniti ha stretto con alcune tribù del Sud della Libia: tebu, touareg e gli Awlad Suleiman. “Ho i miei dubbi che questa strategia possa funzionare. L’autorità del governo centrale si ferma a Sebha. Oltre si passa di volta in volta sotto l’autorità di milizie autonome”, commenta Gazzini. Per di più, al Sud come sulla costa, i traffici illeciti sono diventati l’ossatura fondamentale dell’economia libica. Difficile che possa essere riconosciuta l’autorità che vuole eliminare la principale fonte di sostentamento della regione. Ovunque nel Paese.

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