Sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Risiede nel ritornello di Ho visto un re, ballata malinconica e beffarda, tutta la forza, il pensiero, il senso, dell’artista universale che è stato Dario Fo, morto la scorsa notte a 90 anni dopo un ricovero in ospedale per un’infezione polmonare.

Lì ci sono la gioiosità e l’ingegno dell’inventore del grammelot; come l’eterna traiettoria politica del mondo, l’alto e il basso, i miserabili (“villani”) e i potenti, gli sfruttati e gli sfruttatori. E Dario Fo nel suo immenso, infinito, irripetibile teatro, assieme a Franca Rame, ha recitato questo per tutta la vita, mostrando al mondo intero cosa significasse reinventare anche solo per un attimo, una parola, un guizzo, una lingua fittizia fatta solo di suoni che nella loro apparente e vivace incomprensibilità sono poi diventati comprensibili al mondo.

Perché sotto, oltre la performance c’era il pensiero, la riflessione, lo zeitgeist di quel mezzo secolo della ricostruzione che diede briglia sciolta ad artisti e cantastorie, a intellettuali e briganti del sapere. E il Nobel per la Letteratura arrivato nel 1997, ne fece capire forse anche troppo avanti negli anni, la grandezza e la profondità di linguaggio ben oltre le nostre beghe paesane.

Drammaturgo, poeta, pittore, attore, impresario teatrale, giullare saltellante e piroettante, quel movimento col collo che si avvita e la pupilla che splende inquisitrice, Dario Fo iniziò a farsi notare nel 1954 con la Compagnia Fo-Franco Parenti-Giustino Durano (Dito nell’occhio e Sani da legare). L’uso energico della parola e della voce, come la rivoluzione sulla scena arrivano però un po’ dopo.

Tempo di una fugace apparizione cinematografica protagonista de Lo Svitato di Carlo Lizzani, una comica alla Tatì immersa in una Milano strampalata; dell’incontro con Franca Rame, che diventerà mamma di Jacopo, compagna di vita e di poesia, di impegno e di sventura; della censura subita in Rai a Canzonissima ’62 (lo sketch su un imprenditore edile che non dotava i suoi operai delle misure di sicurezza sul luogo di lavoro) e relativo certificato di allontanamento per almeno quindici anni, che Fo passa all’età adulta e nel 1968 trasforma l’arte del teatro.

Brandelli di cultura popolare rimasti qua e là su testi e sussurri di paese, Ruzzante e Molière, l’espressività di un corpo mai domo, iperattivo, coreografico e danzante, ed ecco il Mistero Buffo dei papi tronfi e dei popolani mica tanto sciocchi, misteri medioevali e parabole evangeliche, mescolanza apparente di lingue padane che oggi riconoscono anche in Giappone meglio dell’esperanto. Segno politico del racconto popolare dove la commedia dell’arte fiancheggia feconda la satira e sbeffeggia ilare potere e ipocrisie della religione.

Il teatro di narrazione dei Paolini, Baliani e Celestini è nato qui. “Quello del giullare è un mestiere a rischio. Le mie idee non erano sempre condivise da tutti, ma sempre le ho difese. Anche quando piovevano minacce di ogni tipo, allarmi di bombe in teatro, telefonate intimidatorie”, raccontò Fo. Un testo poi duplicato nel 1992 con Johan Padan a la descoverta de le Americhe, tonalità minore di un’arte ancora fresca e irreverente dopo venticinque anni.

Però a vederlo in scena questo Mistero Buffo, in una delle centinaia di repliche sparse tra palchi ufficiali o meno del mondo, cambia l’ottica della rappresentazione tutta. Dario e Franca già avanti con l’età, che faticano a reggere il ritmo dei trent’anni, che entrano ed escono dalla scena, per bere un bicchier d’acqua, per sedersi e riposare qualche minuto, mostrarono a chi ebbe la fortuna di seguire lo spettacolo da dietro le quinte, a tre metri dal duo, la magia del sodalizio della compagnia Fo/Rame.

Dario che abbraccia la sua amata Franca, la rincuora, la bacia amorevolmente, la spinge a ricordare e reinterpretare capitoli del testo nascosti nella memoria d’artista, quasi sorreggendola con quell’immenso corpo da atleta. Poi quando il sipario cala si stringono in un lungo, infinito abbraccio, che vediamo in cinque invece che in cinquemila. “La morte non la corteggio, ma non la temo”, ha spiegato l’attore nel recentissimo libro intervista Dario e Dio (Guanda). “Se hai campato bene, la morte è la giusta conclusione della vita”.

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