“Ho 66 anni e nella mia vita ho imparato più dalle capre che dagli uomini”. È sulla sedia del suo giardino, Vittorio Beltrami, quando ne parla. Ha un cappellino in testa, i capelli lunghi grigi accarezzati dal vento marchigiano. Di mestiere fa il capraro. “Mi sono innamorato di questa bestia molto tempo fa. Le capre mi hanno dato la vita in un periodo difficile della mia esistenza, quando mi sono trovato ad affrontare una malattia importante”.

Vittorio lavora con la moglie nella loro gastronomia. Ma non sono solo venditori, sono anche, e soprattutto, produttori di formaggi. La loro missione ha caratteristiche ben precise: filiera corta, rispetto per l’ambiente e riscoperta dei sapori antichi. La signora Beltrami è addetta al caseificio e produce i formaggi che il marito stagiona. I prodotti che provengono dalla capra hanno una resa bassissima, ma il valore nutriente della sua carne è impareggiabile.

Ha un odore dolce, che ormai il signor Beltrami riconosce e associa subito al luogo di casa. Quel profumo di natura e di bellezza, Vittorio lo conosce bene. Gli ricorda la sua infanzia, quell’infanzia povera dove i suoi genitori acquistavano la terra pezzo per pezzo e la veneravano come bene assoluto, come dono dal cielo.

Il pensiero torna alle sere davanti al camino, dove il nonno lasciava parlare tutti, ma quando alzava la mano, tutti stavano in silenzio ad ascoltare l’esperienza degli anni. “La saggezza dei nostri genitori serve sempre- commenta il capraro- I giovani devono capire che se si perdono nel bosco non devono continuare a correre, ma devono tornare indietro”.

Metafore a parte, quello che il signor Beltrami consiglia alle nuove generazioni è di rispettare i tempi, le tradizioni, le storie, le culture, non facendo però mai l’errore di escludere la tecnologia. Coniugare il vecchio e il nuovo, un concetto che lui sintetizza in una parola: retroinnovazione, ossia guardare avanti ma mantenendo integre le nostre storie.

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