Se ieri sera il vostro televisore è arrossito, probabilmente era sintonizzato su RaiUno. Capita, infatti, che persino gli apparecchi televisivi provino quell’empatico imbarazzo che si avverte assistendo ad una scena pietosa. Ieri sera, mentre il vostro televisore arrossiva, sul primo canale stava andando in onda “Non dirlo al mio capo”, fiction che nel suo cast annovera nomi molto amati dal pubblico nostrano, come Vanessa Incontrada e il mattatore seriale Lino Guanciale. Qualcosa da dire sulla capacità interpretativa dei due protagonisti della serie ci sarebbe, soprattutto sulla Incontrada che senza dubbio preferivamo a Zelig. Molto da ridire c’è, soprattutto, sulla qualità del prodotto. Se questa fiction avesse un odore sarebbe quello delle soffitte impolverate, senza tuttavia conservarne il fascino misterioso: nessun sussulto, nessun vecchio baule. Solo ragnatele e l’intreccio degno di un fotoromanzo anni ’60.

Per chi si fosse perso il “capolavoro” in sei puntate, il riassunto è presto fatto: la Incontrada ha interpretato il ruolo di Lisa, una giovane vedova alle prese con i figli e la necessità di trovare un lavoro per sbarcare il lunario. La miscela prende vita grazie ad un capo arcigno e un collega brillante. Una shakerata energica e il gioco è fatto. Ecco replicata la formula vincente di “Un’altra vita”: donna sola con figli da campare. Avrà pur vinto la gara degli ascolti, convincendo 5,6 milioni di telespettatori (24,22% di share) a restare sintonizzati, ma i numeri non cambiano la realtà. Il giudizio è definitivo: “Non dirlo al mio capo” è una “boiata” pazzesca.

Non se la prendano i fan della serie. Il problema non è limitato all’ennesima trama amorosa o allo stucchevole binomio “cuore amore” messa in scena dall’attrice spagnola e dal suo comprimario. È la fiction Rai nel suo complesso a non essere convincente, proprio nel momento in cui il genere è diventato l’architrave portante dei palinsesti televisivi. Le serie dominano gli ascolti, ma alla sperimentazione o all’innovazione in Rai si preferiscono gli usati garantiti. I volti noti. I titoli di successo. E basta sfogliare il catalogo per accorgersi che la nostra tv pubblica non riesce a superare se stessa. Il 2015/2016 cosa ha offerto? La decima edizione di Don Matteo, la seconda del Giovane Montalbano (che pesca nella solida tradizione del vecchio Montalbano), la sesta di Provaci ancora Prof. Poi, ancora, la terza stagione di Braccialetti Rossi e via di questo passo. Una noia mortale. Arrivare alla sigla finale è roba da stomaci forti (o da sinapsi assopite). Una via di mezzo tra un gesto eroico e un atto sadomasochista.

Probabilmente non tutto il pubblico vuole vedere Gomorra. Ci mancherebbe. Ma se la cara e vecchia Rai riuscisse a rinnovarsi, se provasse ad avere un profilo più internazionale, probabilmente avremmo storie più credibili, serie più spendibili.

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