Confronto vivace tra il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, e il candidato al Campidoglio Alfio Marchini, durante Otto e Mezzo, su La7. Si dibatte sull’episodio occorso all’imprenditore romano, che giorni fa nell’area di sosta di un autogrill è sceso da un’utilitaria ed è salito sulla sua Ferrari grigia. “Non c’è nulla di cui vergognarsi” – si difende il candidato sindaco di Roma sostenuto da Forza Italia – “la mia è solo una sensibilità a non ostentare. Ma siccome sono un ragazzo che impara, ho capito che, nel momento in cui fai politica, non appartieni più a te stesso, ma agli altri, anche nel senso fisico. Venderò la Ferrari perché i privilegi nella politica sono qualcosa che non ti puoi permettere e comunque il benessere non va ostentato”. Scanzi osserva: “Non credo che questa vicenda produca cambiamenti in ottica elettorale o sposterà voti. Io ad esempio ricordo i primi passi di Matteo Renzi, che, durante le primarie contro Bersani, si faceva vedere spesso in bicicletta e poi girava l’angolo e prendeva l’auto. Quello che mi suscita curiosità è l’imbarazzo esibito da Marchini al punto tale che sente il bisogno di vendere la Ferrari”. E aggiunge: “Con o senza Ferrari Marchini resta un imprenditore benestante. Non è che se si presenta con una utilitaria o una Peugeot bianca, e spero per lui che non sia una Panda, che a Marino ha portato una discreta sfortuna, Marchini ottiene una maggiore empatia con l’elettorato. Marchini, insomma, con la Panda o con la Uno, è credibile come Alfano coi capelli dei Bee Gees“. L’imprenditore ribadisce che è un suo problema interiore. “Ma l’ha scoperto però dopo questa vicenda” – ribatte Scanzi – “Non è che se lei rinuncia alla Ferrari, automaticamente conquista il cosiddetto proletariato”. “E’ un mio modo intimo” – ribadisce Marchini – “in questo senso io seguo l’insegnamento di papa Francesco sulla sobrietà“. “Veramente papa Francesco non pensa proprio alle Ferrari” – controbatte il giornalista – “Il rischio è un po’ come quello del film “C’eravamo tanto amati” nella scena finale in cui c’è Gassman che sta spingendo una 500 e l’amico Manfredi è convinto che lui sia rimasto povero”. Nel finale, Marchini e Scanzi si confrontano sugli scenari possibili che possono palesarsi a Roma e sul problema di democrazia nel Movimento 5 Stelle

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