Questa terza diretta web di Autoanalfabeta University of Utopia , in collaborazione con Nuovi Argomenti, che ha ospitato il poeta, romanziere e critico letterario Gabriele Frasca, ha molteplici motivi di interesse ed anche qualcuno di scandalo, almeno per i cultori della buona, vecchia, libresca poesia lirica d’ogni risma.

Di tutti ovviamente non è qui possibile approfondire aspetti e stimoli ma, sia pure sinteticamente, mi sembra opportuno tornare a parlare di alcuni.
Intanto: una volta appurata la presenza sempre più massiccia della poesia nella semiosfera dell’oralità (o dell’oralità in quella della poesia) ciò che è evidente è che, come giustamente sottolinea Frasca, nel momento in cui la poesia, anche e soprattutto per ragioni ‘contestuali’, ha riscoperto l’espressione orale e, da ‘visiva’ che era, è tornata ad essere aurale, tale salto antropologico e mediale ha attirato a sé, con forza evidente, tanti tipi, tante ‘tradizioni’ dell’oralità.

A voler fare un rapido quadro non potremmo fare a meno di notare come oggi convivano e si intreccino esperienze con radici molto diverse tra loro.
Accanto alla cosiddetta ‘poesia sonora’, di discendenza direttamente avanguardista, c’è la linea che riporta, via Hopkins, a Dylan Thomas, o quella russa, nata cubofuturista e Zaum ma poi nel tempo protagonista di grandi metamorfosi, c’è quella americana, assai più pop, dello spoken word, da cui poi – ricordate i Last Poets? – nascerà la cultura hip-hop e il poetry slam, ma che già con i Beat aveva segnato una tappa importantissima, e ancora quella latinoamericana del tango (penso a Horacio Ferrer) o della brasiliana NMPB (da Haroldo De Campos a Arnaldo Antunes), o quella intrisa di musica di Linton Kwesi Johnson e Gil Scott Heron, per non parlare di tutti quei luoghi del mondo in cui essa è ancora ‘etnologicamente’ orale (dall’Africa, alle Americhe e a molte parti del lontano e vicino oriente).
Potrei continuare a lungo soprattutto se volessi, come pure Frasca suggeriva, guardare anche al confine con il teatro e più in generale con la performance.

Ciò significa che anche dal punto di vista ‘formale’ ci sono tutti i segnali per rendersi conto di come si tratti di un fenomeno di portata vastissima, destinato a segnare con forza gli anni a venire: ce n’est qu’un debut, come si diceva a maggio del 68 a Parigi.

Vorrei poi tornare, con luciferina testardaggine, a una domanda nella quale chiedevo a Frasca se, a suo giudizio, l’incapacità della cosiddetta critica letteraria di leggere fenomeni come quello dell’oralità, potesse essere interpretata come una crisi della critica, o non piuttosto come una crisi dei ‘critici’.
Frasca risponde: entrambe. Poi, per ragioni di tempo, sviluppa soprattutto la prima parte, quella che ragiona della ‘critica’, e sottolinea come la crisi sia davvero evidente e come – in una situazione in cui tutti i metodi son stati dati per esauriti – di fronte all’indifferenziato e maldestramente creativo bla-bla di certi, la filologia sia diventato una sorta di bene ‘rifugio’: almeno lì gli strumenti e i protocolli sono certi e si può sfuggire all’improvvisazione.
Ma, per molti versi, filologo è sinonimo – ahimè – di ‘sordo’.
Io vorrei però girare ulteriormente il coltello nella piaga (in quella dei critici): sono gli studiosi a generare teorie e metodi, non le teorie a generare i propri studiosi, e io non vedo all’orizzonte troppe personalità capaci davvero di assumersi il rischio di non limitarsi a improvvisare, o a applicare protocolli desueti, ma di immaginare scenari futuri.
La poesia avanza, insomma, mentre i critici e la critica si limitano a cercare riparo e a mettersi al sicuro.

Infine parliamo dello scandalo. Discutendo di come, a volte, comprare un libro di poesia non significhi leggerlo, ma anzi di come per alcuni all’acquisto non segua poi la lettura, Frasca sottolinea che invece, se ci si reca a una lettura dal vivo, sarà impossibile non ascoltare la poesia.
Certo, ci si potrà distrarre, ammette il poeta napoletano, ma – e qui sta lo scandalo – la poesia non teme la distrazione, anzi spesso arriva proprio grazie ad essa, come un imprevisto accidente di senso che spalanca strade mai immaginate: «la poesia conta sulla distrazione».
Mi rendo conto che dire una cosa del genere significa colpire al cuore il luogo comune che moltissimi covano dentro di sé: la poesia è il luogo dell’attenzione e della concentrazione assoluta, ma ciò che afferma Frasca è assolutamente vero.

Distrarre, amici miei, non significa solo distogliere l’attenzione. Distrarre è anche e soprattutto ‘portare altrove’, a volte portare altrove violando delle regole (una ‘distrazione di fondi’) e la poesia è precisamente una regolata violazione delle regole del comunicare, una distrazione del senso, che spesso arriva imprevista e che sull’imprevedibilità anzi scommette parte della sua efficacia.
Distrarre può significare anche ‘strappare’, lacerare, se usato in relazione a un muscolo o a un tessuto e la poesia, se è poesia, non può che strappare: maschere, luoghi comuni, idee incistate.
Distrarre è ‘tirare in direzioni diverse’, proprio come fa la poesia che, grazie alle parole, può offrici sempre nuovi punti di vista su noi stessi e sul nostro mondo.

È proprio perché può convivere con la distrazione che la poesia può divertirci (che è stato d’animo onesto e dignitosissimo), cioè regalarci gioia ma anche ‘volgerci altrove’, emozionarci, indicarci nuove strade.
Quella che non può essere distratta (né divertente) è la critica, la poesia, per molti versi (è il caso di dirlo), di distrazione in distrazione, a volte divertendosi e divertendo moltissimo, invece vive e si tramanda.

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