Noto l’entusiasmo, capisco di non essere stato particolarmente incisivo, ma che il primo segnale di vita arrivi sulle ferie… siamo in streaming…”. Un brusio si era alzato tra i parlamentari del Pd, riuniti martedì sera nell’auletta di Montecitorio, mentre Matteo Renzi annunciava con il solito piglio, senza possibilità di replica, che il Parlamento sarebbe stato aperto tutta l’estate, causa decreti urgenti in scadenza. “Secondo me Matteo lo streaming l’ha fatto apposta, per poter dimostrare agli italiani che con lui i parlamentari non fanno vacanze. Come molti di loro. D’altra parte, mica ce l’ha ordinato il medico di venire qui”, commentava, sorriso larghissimo per la mossa mediatica azzeccata, uno dei fedelissimi del premier.

Uno dei pochi a sorridere, per la verità. “Poche ferie”, era la sintesi che circolava ieri nei Palazzi, tra rassegnazione e annunci di ribellioni, magari per qualche giorno. “Qui la settimana di Ferragosto non ci sarà nessuno”, commentavano perentori in molti, annunciando prenotazioni di voli e hotel già fatte. Renzi d’altra parte l’aveva già detto venerdì, in conferenza stampa: “Starò tutta l’estate a Palazzo Chigi”. E Maria Elena Boschi, ministro dei Rapporti con il Parlamento, oltre che delle Riforme, aveva allertato gli uffici. Perché poi il problema non sono solo i politici, ma anche i dipendenti. Tutti ostacoli relativi, anzi forse neanche ostacoli, per il presidente del Consiglio. Per adesso, comunque, il governo ha pre-allertato i gruppi di maggioranza a garantire una disponibilità fino a venerdì 8 agosto e a partire da lunedì 25 agosto. Così i giorni di ferie sarebbero 17, il minimo storico. Ma c’è la richiesta di tenere aperto un cuscinetto di due giorni nella settimana di Ferragosto, fino al 12. “Deciderà la presidente Boldrini quando affrontare il problema, in una delle prossime capigruppo”, ha detto il ministro Boschi.

La rinuncia alle ferie basterà? Chissà. I decreti in scadenza a Montecitorio sono 3 (carceri, Pa e competitività). Gli stessi dovranno poi passare per Palazzo Madama, dove si aggiunge il decreto Cultura. Un bell’ingorgo, un pericolo del quale Napolitano aveva avvertito Renzi già settimane fa. E gliel’ha ribadito nell’incontro dell’altroieri. In mezzo, a complicare le cose, ci sono anche le votazioni sui giudici della Consulta e del Csm. E, ovviamente, la riforma costituzionale. Cartina di tornasole della confusione. A Palazzo Madama si sarebbe dovuto iniziare a votare oggi, ma il numero degli iscritti a parlare l’ha impedito. Oggi la capigruppo dovrebbe decidere il nuovo calendario. In mezzo si è inserito il numero esorbitante di emendamenti. Quasi 8000. Il governo e i relatori confidano che molti saranno ritirati. I dissidsenti puntano i piedi. Intanto sono lì. I tempi per l’approvazione slittano, chissà fino a quando. Giovedì della settimana prossima sembra già un miraggio. E allora? “Prima di Ferragosto”, il timing più gettonato. La verità è che nessuno lo sa: anche perché a questo punto bisognerà valutare se far passare prima i decreti. Il governo non vorrebbe fermare tutto e poi ricominciare. Può darsi che vi venga costretto.

E gli altri decreti? L’esame del provvedimento sulla Pa, previsto per martedì, è già slittato. In Commissione gli emendamenti sono 1500. Da una parte ci sono gli emendamenti delle lobby, che cercano di limitare la portata di alcune decisioni, dall’altra si sarebbero volute fare modifiche per reintrodurre alcune novità bloccate nella stesura finale. Con tempi così compressi, è complicato pensare a un lavoro parlamentare davvero incisivo. E la fiducia resta sempre la prima opzione in campo. Peraltro, non finisce neanche qui: Renzi ha annunciato per il 31 luglio lo “Sblocca Italia” e per il primo settembre le misure sulla giustizia. Il tour de force non solo è assicurato, ma continuo. D’altronde il segretario-premier martedì sera ai gruppi ha fatto un riassunto delle cose fatte. Un modo per avvertire che non ci sono scherzi possibili. Delle grandi riforme annunciate, molte sono state appena accennate, rimandate o in parte annacquate. E dunque, sui decreti non è possibile scherzare. Come sempre, Matteo si gioca il tutto per tutto. Questa accelerazione a qualcuno ha perfino fatto pensare che stia pensando a elezioni a ottobre. Difficile: Napolitano ci ha tenuto più volte a ribadire che le elezioni le indirrà il suo successore. Sulla primavera scommettono in molti, sottovoce. E ieri Francesco Boccia ad Agorà lo prevedeva senza neanche troppi dubbi. “Matteo non vuole votare: vuole fare le riforme ora, ottenere tutto il consenso possibile. E andare al voto nel 2018, con l’obiettivo di prendere il 60%”, commentava ieri chi lo conosce bene. Un obiettivo, il 60%, che sembra in linea con il carattere del premier.

 

Da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2014

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