In questa logica, quello che succede è semplice e complicato allo stesso tempo. Infatti, nello scenario che stiamo delineando, è sempre più difficile formare (e quindi disporre) giovani che abbiano, oltre a capacità e talento, anche la “giusta” motivazione. Che si traduce prima di tutto nella disposizione a cercarsi un maestro. Ciò accade perché i loro interessi e le loro aspettative sono ormai legati in qualche modo a quello che succede all’esterno del nostro piccolo paese.

E ciò che possiamo chiamare ’esterno’, nel loro caso, proviene soprattutto dal mondo dei media; da ciò che i media fanno passare o trapelare fino alla periferia (perché di periferia si tratta, con buona pace dell’”assenza di centro”, e dunque di periferie, che avrebbe dovuto caratterizzare la società globalizzata). Si tratta invece proprio di periferia; proprio se considerata da un punto di vista globale (che è poi il punto di vista della televisione, e anche di internet).

Occorrerebbe a questo punto fare almeno una digressione su quello che i media possono significare per un tale micro-scenario (tenendo conto che attraverso la rete passano contenuti orizzontali, oltre che verticali, come è per la tv). E bisognerebbe prendere atto della difficoltà di “misurare”, in termini solo economici, l’impatto della rete e dei media (sebbene sia stato repentino nelle aree urbane). Bisognerebbe insomma colmare prima e davvero il cosiddetto digital divide, anche nelle aree non-urbane e non densamente popolate. E ciò, si sa, avrebbe costi necessariamente pubblici, perché si tratterebbe di considerare (finalmente?) la comunicazione un bene comune.

Potremmo almeno cominciare a pensarci. Anche solo per provare a immaginare una condizione in cui tutti possano accedere “equamente” alla comunicazione, diffusa e condivisa. Occorre inoltre notare che la stessa esistenza di una comunicazione (media o rete che sia) che ha i suoi “centri” all’esterno della comunità locale, costringe bene o male la micro-comunità a misurare il senso di ciò che si fa (o si pensa di poter fare) al suo interno, con quel che si muove al suo esterno. Il “fuori”, proprio attraverso i media, ha acquisito sempre più presenza (mentre la presenza delle società tradizionali andava in “crisi”). Un “fuori” sempre più difficile da soddisfare.

E allora il senso di ciò che accade in una piccola realtà appare sempre più sfumato agli occhi della stessa micro-comunità (che finisce per percepirsi sempre più periferica).

(… continua)

…un paese, abbiamo detto (I)
…un paese, abbiamo detto (II)
…un paese abbiamo detto (III)

 

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