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Mad Men, da individui a consumatori. Il racconto dell’inizio della fine

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“Non vedo come sapere qualcosa della mia infanzia possa aiutare a vendere cera per pavimenti” si chiede in un lampo di autoanalisi Don Draper, il pubblicitario-sciamano protagonista di Mad Men, la serie americana che ha conquistato più Emmy e Golden Globe di quanti Telegatti avesse in salotto Mike Bongiorno, e perfino la copertina dei Chaiers du cinema.

Negli Usa stanno per cominciare le riprese della sesta stagione e anche se noi al momento siamo fermi ancora alla quarta (il mercoledì sera, su Rai4), la visione di Mad Men è comunque consigliabile, ma soprattutto istruttiva, perché stiamo parlando di un titolo-simbolo di quella fiction di nuova generazione, scritta e girata senza più complessi di inferiorità verso il grande schermo, anzi. Un tempo c’erano i cinema d’essai, ora che il cinema serve più che altro a vendere i popcorn e a mettersi gli occhialini di cartone ci sono le serie d’essai, che – ci viene assicurato – stanno ai vecchi Beautiful e a Dallas come Jonathan Franzen sta a Federico Moccia. È veramente così? Di sicuro, Mad Men gioca con scaltrezza un carico da novanta, la nostalgia. Tornando alla domanda del direttore Draper, uno di quei vincenti che si riconoscono alla partenza, o se preferite alla prima inquadratura (Briatore lo avrebbe assunto su due piedi), l’infanzia e la cera per pavimenti devono per forza conoscere una loro segreta intimità, se è vero che tutto il serial ruota attorno alla ricostruzione meticolosa degli anni Sessanta. Ogni luogo ha il suo tempo, e di conseguenza ogni paese ha la sua età dell’oro, la sua fase edipica. Ogni tempo, perfino il nostro, ha la sua nostalgia; si tratta di trovarla, ma di solito non è lontana, proprio perché è lontana dal Paradiso.

Di solito dista circa un paio di generazioni dall’oggi, quelle necessarie per rivedere giovani, belli e ambiziosi i propri genitori, o addirittura noi stessi. Ecco i favolosi Sixties resuscitati nell’agenzia di Draper, giardino d’infanzia del capitalismo applicato al marketing, di cui stiamo sperimentando la fase terminale. Si era già ferocemente cinici e individualisti in quell’età dell’oro; ma anche – ancora – un po’ maledetti; si beve e si fuma come nei film di Hollywood, oltretutto con il senno di poi. Dopo avere fatto psicanalizzare i mafiosi Soprano’s, ora lo sceneggiatore Matthew Wiener ci mostra di che lacrime e sangue grondino i manager da copertina. E dire che questi paleoyuppies si sentono dei missionari, convinti di aiutare le persone a risolvere il loro conflitto più profondo: “In due parole si riduce a cosa voglio contro cosa ci si aspetta da me”.

Mad Men racconta l’inizio della fine, la trasformazione degli individui in consumatori, come imparammo a credere che quello che ci si aspetta da noi sia quello che effettivamente vogliamo. Lo fa dando il buon esempio, presentandosi come prodotto del quale non si butta via niente. Né i dialoghi, né le scenografie, né il gin nel martini cocktail, né le gonne a palloncino subito riproposte dai giornali di moda. I Cahiers du cinema gridano al capolavoro? Dello stereotipo, probabilmente. Della persuasione occulta, certamente. Se Don Draper esistesse veramente, pure lui griderebbe al capolavoro, e vorrebbe subito produrre una serie così. Ma Don Draper non esiste, e il suo vero capolavoro è proprio questo.

Chi non esiste ha sempre ragione.

Il Fatto Quotidiano, 8 Novembre 2012

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