La storia di Alex Schwazer assomiglia a un romanzo di Philip Roth, o a uno di Joyce Carol Oates, ovvero l’autodevastazione psicologica e materiale di un uomo tiepido. In altro modo è la storia di come nell’agosto del 2012, in mancanza del canonico giallo dell’estate, l’Italia abbia trovato comunque il mostro perfetto da copertina.

Perfetto, perché Alex Schwazer ha la faccia da ragazzino, i capelli biondi, il corpo inelegante e senza grazia di un adolescente, fa la pubblicità di uno snack al cioccolato tra montagne immacolate e secchi di latte appena munto, uno spot che a guardarlo con un po’ di coscienza fa davvero paura, perfetto perché è un carabiniere e perché ha vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino in una disciplina massacrante come la marcia 50 km, che altro non è se non l’esasperazione innaturale di un gesto naturale come il camminare. Un insospettabile, un ragazzo dall’aria più che comune, che ricorda da lontano il figlio biondo, adolescente e introverso del cronista interpretato da Johnny Dorelli ne Il mostro, una pellicola del ’77 diretta da Luigi Zampa, che nel finale del film si rivelava essere l’autore di una serie di omicidi. E ancora il fidanzato di una campionessa di pattinaggio artistico su ghiaccio, una figura di uomo, un’immagine che abbiamo assorbito a tal punto da confonderla ai nostri occhi con le cose ovvie. Schwazer, insomma, suscita nella maggior parte di noi l’indifferenza dell’abitudine.

Quest’uomo ha commesso un crimine, e la parola “crimine” messa accanto al suo nome e alla sua faccia suona già stridula e insopportabile. Non ha ucciso nessuno Schwazer nel caldo afoso di agosto, se non una parte importante di se stesso, ma per l’opinione pubblica italiana è come se lo avesse fatto. O meglio, le reazioni sdegnate, feroci, animalesche e spietate di molti di noi sono il sintomo di una condizione di tedio isterico: Schwazer è l’agnello il cui sangue, posto sugli stipiti delle porte, salverà dall’Angelo della Morte, o più prosaicamente della noia ferragostana. Ha dovuto presentarsi in tv, mostrare gli occhi verdi allagati di pianto, le labbra tremule, darsi in pasto ai teleutenti, novantanove su cento dei quali non saprebbero neppure indicare quale fosse lo sport di cui era campione olimpico.

Grazie a Dio c’è la saggezza dei padri. E il padre di Alex, Josef Schwazer, ha detto: “Un padre è qui per parlare e deve capire se c’é qualcosa che non va. Per fortuna ha fatto solo questo, poteva anche andare peggio”. È quel che è mancato in questa brutta storia, la misura, qualità che evidentemente non cova nei cromosomi di noi italiani. La cosa migliore che sa fare questa nazione, come sempre, è scarnificare vivi quelli che sbagliano, tralasciando che questo è un mondo fatto di vincitori (pochi) e ignavi senza nome che non sono mai scesi in strada per gareggiare una sola volta nella loro vita, ma che sono sempre pronti a far valere la loro morale d’acciaio. Gli stessi, magari, che invasero le strade di Roma nel luglio del 2006 per scortare i freschi campioni del mondo del calcio da Pratica di Mare a Palazzo Chigi, campioni che in quel momento rappresentavano un movimento caduto da poco, e per l’ennesima volta, nella melma delle scommesse e della corruzione.

È così che una storia di sport finita male, per debolezza, stupidità, bramosia e disprezzo di sé, occupa oggi il posto che di solito viene assegnato al giallo dell’estate. Per il godimento dei rigoristi e dei censori, quelli che – diceva Proust – diventano morali non appena si sentono infelici.

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