Con il sequestro dell’Ilva di Taranto si è aperta la solita frattura fra la produzione e la tutela dell’ambiente, intesa anche come salute degli uomini. È una vecchia dicotomia che puntualmente si ripresenta all’attenzione delle cronache, e che non permette che una scelta, ovvia, persino banale: se una fabbrica produce veleni deve essere chiusa, perché prima di tutto, e non lo dico io ma la Corte Costituzionale, viene l’ambiente e la salute. Prima di tutto, anche dell’economia e quindi anche del posto di lavoro. Senza contare che spesso queste fabbriche della morte uccidono – per triste ironia della sorte –  proprio quelli che vorrebbero difeso il proprio posto di lavoro. Acna insegna.

Ma se chiudere una fabbrica che produce morte deve essere normale, meno facile da digerire è chiudere una fabbrica che produce oggetti che non servono a nulla. Qui la vedo più dura. Eppure una riconversione della società in senso ecologico non può non passare anche da qui, dalla strada della rinuncia ai beni superflui, della ricerca della sobrietà e dell’equilibrio – ammesso che esso sia possibile (ed è tutto da vedere) – tra uomo e natura.

Parlare di sviluppo è stupido, parlare di sviluppo sostenibile è stupido e contraddittorio. In futuro occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare. Anche ai posti di lavoro pur che siano.

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