In piazza del Pantheon, sabato, a Roma, alla manifestazione, piangevano soprattutto le madri. Frasi: “Mia figlia va a scuola tutte le mattine”. Con l’autobus, a piedi, col motorino. “Le prepari la colazione, la guardi andare via come sempre… e un giorno non ti torna a casa”. Colpire i luoghi della vita quotidiana(la scuola, la banca, il mercato) è l’anima del progetto-terrore. Destabilizzare è il fine. Imporre la paura.

Chi provava a parlare, in piazza, chi non voleva limitarsi a testimoniare con il suo corpo il suo dolore, allineava le tre ipotesi: la mafia, i servizi deviati (in Italia sono come il Maggiordomo nei gialli classici: c’entrano sempre, spesso sono l’assassino), il gesto isolato di un folle. La terza ipotesi è, oggi, alla luce delle onnipresenti telecamere, la più accreditata: un sessantenne con la giacchetta, uno che fuma dieci sigarette perché far strage di innocenti rende nervosi, uno così coglione da non pensare alla saliva sul filtro, uno che lascia sul selciato i suoi mozziconi.

Manovalanza mafiosa? Troppo pirla. Servizi segreti? Troppo poco professionale (lo so perfino io che ci sono le telecamere per strada). Uno fuori di testa? Troppo abile. Resta l’ipotesi più intollerabile: un uomo normale. Il portatore sano di un odio smisurato. E disumano.

Il Fatto Quotidiano, 22 Maggio 2012

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