Le notizie di questi giorni tracciano un quadro di sostanziale dissesto della sanità pubblica che tocca molte città e regioni d’Italia e che riguarda in particolare le strutture dell’emergenza dei grandi centri urbani. I tagli impressionanti alla spesa sanitaria sembra abbiano ridotto di 45 mila unità i posti letto negli ospedali italiani, creando inevitabilmente un ingorgo gigantesco proprio in quei luoghi dove affluisce il numero maggiore di persone e di malati gravi e urgenti.

Luoghi dove la rapidità e l’efficienza devono essere la regola diventano così tremende sale d’attesa dove pazienti più o meno gravi, attendono ore e ore in uno stato di sofferenza e di abbandono. Forse chi ha deciso questi tagli si aspettava che gli italiani improvvisamente si ammalassero di meno? O magari è stata pianificata una rete di servizi territoriali alternativi al ricovero e al pronto soccorso? La risposta ovviamente è no.Viene spontaneo però chiedersi se la situazione venuta alla luce in questi giorni possa essere solo la punta di un iceberg.

In altre parole, si ha l’impressione che avere più posti letto e strutture più adeguate per le urgenze sia assolutamente necessario, ma non sufficiente a reggere l’impatto di una popolazione che invecchia sempre di più. Con le prospettive di allungamento della vita media, se non si garantisce più salute e benessere a tutti, con gli anni di vita aumenteranno le malattie e si manifesterà in modo ancora più violento l’inadeguatezza delle strutture sanitarie.

A leggerli bene, quindi, i racconti di questi giorni sottolineano non solo le difficoltà della medicina d’urgenza, ma anche e soprattutto i limiti di un modello di medicina che ha puntato tutto sulla cura e troppo poco sul mantenimento della salute. E non parlo solo di capillarità delle strutture e di numero di medici sul territorio, ma anche di cosa si fa in quelle strutture, di che tipo di medicina si pratica.

Ma forse la politica non ha interesse ad investire in salute e prevenzione perché fanno parte di quei progetti a lungo termine con cui non si viene rieletti. Meglio costruire un ospedale in più che magari non verrà mai aperto. Oppure ordinare milioni di euro di vaccini che non verranno mai utilizzati, come è successo non molto tempo fa per la pseudo-pandemia H1N1. O forse investire in prevenzione non conviene perché se la gente si ammala meno si vendono meno farmaci, meno strumenti biomedicali, meno macchine diagnostiche.

Eppure molti studi hanno messo in evidenza come adottare davvero una politica di promozione della salute e di prevenzione possa trasformare il profilo socio-economico di una nazione. Il Milken Institute di Santa Monica, per esempio, qualche anno fa ha pubblicato un volume con delle stime sul risparmio economico reso possibile da politiche di prevenzione: entro il 2023 si potrebbero evitare 40 milioni di casi di malattie croniche, si potrebbe ridurre del 27% il costo economico delle malattie e si potrebbe aumentare il Pil di 905 miliardi di dollari. Una riduzione di incidenza della sola obesità comporterebbe un aumento di produttività pari a 254 miliardi di dollari e eviterebbe 60 miliardi di dollari di spese in trattamenti sanitari.

Sì, certo, sono dati americani, ma con le debite differenze e proporzioni valgono anche per l’Italia.

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