«Stiamo girando in pieno centro a Bologna. Ci rendiamo conto che dietro un portone si nasconde un giardino meraviglioso e Maria Antonia (Avati) ha l’intuizione di far spostare i due personaggi in modo che l’inquadratura esplori il cortile. A questo punto sbuca un condomino imbufalito che ci intima di andarcene perché “Voi non potete filmare qua dentro”. Irremovibile ci sbatte il portone in faccia. Grazie ad un negoziante di quella via riusciamo a farci riaprire il portone ma il condomino si precipita nuovamente in strada e si piazza davanti alla cinepresa “Voglio vedere se andate avanti a filmare adesso” ci dice minaccioso. Mi chiedi come ho ritrovato la mia Bologna? L’ho ritrovata così».

Dura un minuto il racconto che Cesare Bastelli fa della sua recente esperienza di ciak in città (per la fiction RAI Un matrimonio di Pupi Avati) ma può bastare per comprendere come mai confessa che “Se fallisci non te lo perdona e se hai successo nemmeno; forse per amare Bologna è necessario andarsene”.  Se ne è andato anche lui ma non lontano (vive nelle campagne tra Bologna e Ferrara) e dalla sua finestra vede la villa della sua prima location (1975) come collaboratore di Avati (La mazurka…).

Classe ’49, aiuto regista di Avati in una quindicina di lavori attorno agli anni Ottanta, ma anche direttore della fotografia (candidato ai Globi d’Oro per il Magnificat nel ’92) e regista di “Una domenica sì” (1986) . Dopo aver frequentato il Dams a Bologna, Bastelli ha collaborato anche con autori del calibro di Ferreri, Bellocchio e Faenza.

Ma la tua avventura nasce con Lucio Dalla… «Fine anni Sessanta, a quel tempo partecipavo all’avventura sperimentale del Teatro Evento di Gianfranco Rimondi, e già lì nasceva la passione per le luci, e i filmati da proiettare (allora a teatro era una cosa quasi eversiva).  Lucio, che cominciava a capire quale fosse il suo destino, mi chiese di curare le luci, l’allestimento scenico e il suono dei suoi recitals teatrali. Partivamo caricando nella sua Mercedes i proiettori che affittavo da Migliori (detto “fulmine”), un vecchio elettricista del Duse che, per capire se in un cavo c’era corrente ci metteva la lingua. Piccoli teatrini di periferia o provincia, circoli Arci, cortili di fabbrica. Qualche anno fa, a Roma, ho avuto modo di rivedere un concerto di Lucio, e devo dire che certe sue movenze e il suo modo di intrattenere il pubblico mi ricordarono i gesti di quegli anni pionieristici a Bologna».

Un pioniersmo che per te è stato soprattutto cinematografico grazie all’incontro con Avati… «Fu proprio Lucio a dirmi “C’è uno che suona il clarinetto che sta provando a fare cinema, è bravo…” e così io presi carta e penna gli scrissi la stessa lettera che avevo già scritto a tanti altri autori. Mi rispose solo lui e mi spedì in lambretta a cercare le location per La mazurka, da allora oltre che suo aiuto regista o direttore fotografia, sono anche il custode dei luoghi di tanti suoi film, fra i quali anche quelli più “gotici” (La casa dalle finestre che ridono, Zeder, L’arcano incantatore…)»

Con Avati vi eravate già sfiorati… «Anni prima, mentre lui stava facendo i casting del suo primo film Balsamus l’uomo di Satana (1968) ero così incuriosito dal cinema ma al tempo stesso timido e schivo, che convinsi la mia fidanzata di allora a presentarsi ai provini»

Fra l’altro, attorno la nascita di Balsamus circolano leggende strepitose… «Fu Bob Tonelli a dar un impulso importante alla partenza di quel film. Intercettato da questo gruppo di giovani di belle speranze che voleva fare cinema (i fratelli Avati, Gianni Cavina ed altri) fu lui stesso a scovare questo costruttore edile cittadino – credo si chiamasse Carpano – che finanziò con duecento milioni di allora la faccenda. Tonelli, pose un’unica condizione: essere lui il protagonista del film… Era un momento magico per questa città, ogni sogno sembrava lontano eppure era realizzabile»

Adesso? «Adesso più i sogni sembrano facili più sono irrealizzabili, un esempio? L’assioma per il quale il digitale consente a tanti ragazzi di fare cinema è una trappola. Il digitale consente a tanti giovani di avere una macchina digitale, non di essere automaticamente registi. Fare un film non significa fare cinema. Paradossalmente la possibilità di poter avere subito una propria cosa per le mani e non doversela sudare come noi ai tempi del famigerato 16 mm o 8 mm, rischia di togliere importanza al percorso formativo del talento di un autore e allo studio attorno la regia. La balla che è facendo una cosa che la si impara sta diventando una trappola per tanti giovani che producono cose loro in una settimana ma poi non le vedono “esistere”. Per Bologna la faccenda è un pò questa, tutto è vicino ma niente sembra davvero raggiungibile. Ma questa storia ha colpe diffuse, non solo del nostro mondo»

Cioè? «Due settimane fa, mentre giravamo in città, sai qual’era la vera fatica? Chiedere ai passanti di attendere trenta secondi fermi per non entrare nell’inquadratura. La fretta si sta mangiando le vite, la gente non voleva saperne, sembravano imprigionati nella loro corsa. Noi eravamo solo dei rompiscatole e non un troupe che raccontava una storia della loro città»

Con Marco Ferreri, ad esempio, non andò così… «Fu un sogno. Forse pochi sanno che quel piccolo gioiello che è “Chiedo asilo” (1979)  con Benigni nei panni del primo “dado” in una scuola d’infanzia, fu girato in un asilo a Corticella, in una delle zone della cosidetta Pep. Anni dopo, in quelle stesse zone, ricordavano ancora quell’eserienza con affetto tale da intitolare un giardino a Marco Ferreri. Ma quella era la periferia»

In che senso? «Credo che la bolognesità vera, quella che ho sempre preferito, più che ai piedi delle Due Torri stia nella prima periferia, in quella schiettezza, in quel calore, riconoscenza quasi».

Tornando al fare cinema, come vedi la situazione in città? «Bologna forse non ha mai davvero considerato il cinema come una potenziale macchina industriale, ma più come un passatempo. Adesso in città esistono realtà come la Cineteca che fanno un buon lavoro però dobbiamo e possiamo fare di più, bisogna attirare l’industria del cinema in maniera più efficace e tutte le istituzioni devono dare una mano affinché si moltiplichino le chance di girare in città. Questo significa anche pensare il cinema in modo diverso, forse serve più inventiva e meno ragioneria».

Esempi? «Penso ai risultati raggiunti da realtà come le Film Commission di Torino e Trieste dove la collaborazione fra sistema cittadino, istituzioni e mondo del cinema produce miracoli e attira investimenti. Insomma, negli anni Settanta io sapevo che me ne fossi andato a Roma avrei lavorato di meno, perchè qua c’era un mix di spazio ed opportunità unico, oggi è esattamente il contrario».

Per la musica però le cose andarono diversamente in città; penso all’esperienza del videoclip musicale nei primi anni ottanta, alla quale anche tu hai partecipato… «Vero, negli anni Ottanta partecipiai all’avventura del videoclip con Ci stiamo sbagliando ragazzi di Luca Carboni, girato di notte fra mille difficoltà ma con tanti amici e tanto entusiasmo. Ricordo l’avventura della Fonoprint, e talenti come Dalla, Bersani, Carboni etc… La musica ha agito in modo diverso, ma fu anche aiutata dalla città, i talenti li aveva anche il cinema ma molti li ha messi in fuga. E una volta via da Bologna, la si ama meglio; tornarci è impossibile».

di Cristiano Governa

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