Nell'immagine del fotografo Danilo De Marco, il poeta Pierluigi Cappello

Di sola poesia non si vive. E se si è costretti su una sedia a rotelle, non basta l’aiuto dei vicini di casa, né i 700 euro di pensione di invalidità. Nemmeno è sufficiente essere uno dei più grandi poeti italiani in vita. Pierluigi Cappello, friulano nato a Gemona nel 1967, qualche mese fa ha dovuto lasciare il prefabbricato dove viveva a Tricesimo, vicino a Udine. Uno di quelli donati dall’Austria dopo il terremoto del 1976. Ha bisogno di assistenza 24 ore al giorno. Per garantirgli una vita dignitosa è stato lanciato un appello al presidente del Consiglio Mario Monti perché il governo gli conceda i benefici della legge Bacchelli, che prevede un vitalizio agli artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate.

Un’iniziativa sostenuta da più parti. Cappello è sorpreso dell’affetto che gli è stato dimostrato. Parla al telefono sdraiato sul letto. La voce calma e sicura: “Non me l’aspettavo. Ne esce la durezza del momento che sto vivendo”. Una durezza a cui ieri si è aggiunto il lutto per la morte della madre, dalla quale era appena tornato a vivere. L’appello proposto a dicembre dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia è stato appoggiato da alcune università e dell’Accademia della Crusca. Poi si è unita la giuria del premio letterario Nonino, presieduta dallo scrittore V. S. Naipaul, vincitore del Nobel nel 2001. A gennaio un gruppo di deputati friulani ha presentato un’interrogazione a Monti per sollecitare la concessione dell’assegno. E in Rete sono più di mille gli iscritti al gruppo Facebook ‘Assegnazione della legge Bacchelli a Pierluigi Cappello’.

“Prima arrotondavo la pensione con gettoni di presenza, letture pubbliche”. Ma ora Cappello non se la sente più. Da quando le sue condizioni fisiche si sono aggravate, uscire di casa e partecipare a una conferenza è diventato uno “sforzo eccessivo”. Eppure all’attività di divulgazione si è sempre dedicato con passione. Anche nelle scuole: “Mi animo di felicità quando scopro lo sguardo attento, a volte meravigliato, dei ragazzini”, racconta. Una soddisfazione che si aggiunge ai riconoscimenti ottenuti grazie alle sue poesie, in italiano e in friulano. Come il premio Bagutta nel 2007 per la raccolta “Assetto di volo” e il Viareggio Rapaci nel 2010 per “Mandate a dire all’imperatore”.

Poeta “malgrado” l’incidente in moto che a 16 anni gli ha paralizzato le gambe. Spiega Cappello: “Uno scrittore in versi non tiene conto solo della tradizione letteraria e dell’aspetto tecnico, ma lavora sui sensi e sull’ascolto. Io, il movimento e l’azione, me li devo immaginare. Ricostruire ogni volta. Non li ho più in un corpo sano”. Correva i cento metri in undici secondi e due, prima dello schianto. A un centometrista si sente simile ancora oggi: “Un poeta brucia tutto su una singola pagina. Ma la poesia cerca una sua durata nel tempo”. E’ questo che fa dei versi una tendenza contraria ai fenomeni di un’epoca in cui il “rullo compressore mediatico” asservisce la parola alla comunicazione: “Sfiorisce in bocca appena pronunciata. Se noi oggi diciamo qualcosa e domani possiamo smentirla – continua Cappello – la parola finisce per essere un guscio svuotato. Il poeta cerca di riempire quel vuoto”.

Parla di un’Italia che, come tutto l’Occidente, ha dimenticato l’importanza della poesia. “La figura centrale di questo momento storico è l’economista, non più il poeta. Ma nei numeri c’è anche l’incertezza: senza intuizione e capacità di analisi, non contano nulla. E oggi manca una visione complessiva delle cose, che può essere data solo da poeti e filosofi”. La poesia è il carburante della nostra immaginazione, dice Cappello. Il nostro Paese non ne ha più: ha dimenticato la bellezza dei suoi paesaggi, della sua lingua. E dei suoi monumenti. “Non vedo differenza tra i crolli di Pompei e la mia situazione”. Le difficoltà economiche rischiano di impedire a Cappello di continuare a regalare versi. Lui, poeta “per condizione biologica”. Certe cose non si scelgono, piovono addosso. Se n’è accorto in seconda media, prima dell’incidente. Un’insegnante gli fece conoscere la Chanson de Roland, Omero, Ariosto. Cappello, affascinato, iniziò a disegnare le gesta degli eroi dell’epica. Poi passò ai versi.

Aveva poco più di dieci anni allora. Oggi ne ha 44. “Per scrivere, tenere lezioni, partecipare a conferenze è necessario concentrarsi – conclude -. Non posso usare tutte le mie energie per organizzare la mia sopravvivenza. Come uomo posso salvarmi da solo, come poeta no”.

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