Rosa, Patrizia, Teresa, Mariella, Violetta, Nicoletta e molte altre, da 385 giorni occupano l’ex fabbrica tessile sulla via Pontina, in provincia di Latina. Per tutti sono le donne della Tacconi sud. Tutto è iniziato il 19 gennaio del 2011 quando, come atto finale di una lunga mobilitazione partita nel novembre del 2010, le 29 operaie dell’azienda di proprietà dei Fratelli Sarchi di Pavia hanno proclamato lo stato di agitazione e indetto l’assemblea permanente. Le richieste erano chiare e redatte nel verbale dell’occupazione inviato alla Questura: considerato lo stato di crisi aziendale, i buchi accumulati negli anni e la dichiarazione di cessata attività, volevano un incontro con la proprietà per definire la domanda di cassa integrazione straordinaria, la mobilità, le spettanze, il versamento dei contributi per la pensione integrativa e il recupero del Tfr.

Un mese prima, il 22 dicembre, con un telegramma il datore di lavoro aveva ufficializzato la cessata attività. Era il giorno prima della chiusura della fabbrica per le festività natalizie e le donne stavano partecipando alla fiaccolata del lavoro organizzata dalla Cgil, Cisl e Uil. A soli due chilometri dai cancelli della Tacconi Sud, gli operai della Gial, ex Motta, iniziavano la mobilitazione contro la chiusura della fabbrica storica della frazione di Borgo San Michele. Le lettere di licenziamento vengono recapitate il 2 gennaio 2011, le operaie vengono invitate a non rientrare in fabbrica e a prendere gli ultimi effetti personali negli spogliatoi ormai vuoti. A quaranta, cinquant’anni, dopo averne lavorati oltre 20 nella stessa azienda, le donne della Tacconi Sud vengono messe alla porta: senza cassa integrazione, senza Tfr, senza tredicesima e senza gli stipendi arretrati di due mesi.

Quando la proprietà latita nel presentare la domanda di cassa integrazione all’Inps, come previsto dalla legge, le operaie riunite in assemblea permanente decidono di restare nei locali fino a quando non otterranno gli ammortizzatori sociali previsti in caso di cessata attività. Entreranno in magazzino, tenendo in ostaggio l’unico valore in giacenza, il tessuto e le tende pneumatiche per l’ultima commessa a cui stavano lavorando. Valore medio 10mila euro cadauna, quanto basterebbe per pagare almeno le mensilità arretrate a tutte. La prima notte nella Tacconi Sud occupata l’hanno trascorsa in tre, nella mensa adattata con letti e un angolo cottura, con gli occhi puntati verso il cancello per la paura di uno sgombero. Tre operaie, ma anche tre donne, tre mamme e tre figlie, divise tra la causa collettiva e il pensiero di chi stava a casa: il figlio al telefono che non riesce a prendere sonno, il genitore anziano e preoccupato, il proprio compagno.

Da allora sono passati 385 giorni di presidio permanente, sette giorni su sette, 24 ore su 24 suddivise in tre turni: dalle 8 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 8 di mattina. Questa è la storia di 29 donne e del loro attaccamento al lavoro, di amicizie perse e di legami consolidati, di famiglie tirate in ballo e di convinzioni difese. Durante quest’anno hanno ottenuto la cassa integrazione del 2011 per cessata attività (erogata solo a partire dal giugno scorso) e poi quella in deroga. Gli altri obiettivi restano in piedi perché, ad oggi, non sono stati versati né gli arretrati né il Tfr. In tutti questi mesi le operaie hanno avanzato soluzioni, hanno presentato richiesta di fallimento sulla base dei 30mila euro di stipendi arretrati e hanno proposto di affittare il tetto del capannone industriale (4000mq) alle aziende interessate al fotovoltaico. L’operazione permetterebbe di produrre un megawatt di energia, rendendo lo stabile competitivo dal punto di vista energetico e quindi appetibile sul mercato.

Tra pochi giorni, il 9 febbraio, questa vicenda potrebbe essere a un punto di svolta. Il giudice è chiamato a pronunciarsi sull’istanza di fallimento presentata dalle lavoratrici, che permetterebbe la riconversione della fabbrica per cui c’è già un compratore e la nomina di un curatore fallimentare per saldare i debiti dell’azienda, in primis quelli verso le operaie. La scena, ad oggi, è ferma all’ultimo giorno di lavoro. Nel magazzino è rimasto tutto uguale, come se la produzione dovesse riprendere l’indomani. L’unica differenza sono i disegni che Gaia, Angelica, Aurora, Daniele e gli altri bambini del presidio hanno appeso ai muri della fabbrica.

Per tutte loro l’auspicio migliore è quello di Rosa Giancola, un’operaia del presidio che, in un video girato durante il periodo natalizio, augura un nuovo anno basato sull’articolo 1 della Costituzione. E in questa lettera che ha dedicato a tutte le donne coraggiose.

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