Grande e abilissima bagarre confusionaria intorno all’articolo 18. Lo “stop and go” della coppia Fornero-Monti ha tratto in confusione perfino Scalfari, che ha scritto nell’editoriale di domenica che esso “fu introdotto nello statuto dei lavoratori per tutelare i dipendenti delle piccole imprese dove il sindacato interno non esiste”. Ma se si applica solo nelle aziende superiori ai 15 dipendenti!

Ebbene, è questa montatura che non dice la verità su una disposizione di indubbia civiltà e con formidabili effetti sulla democrazia dentro le aziende e gli uffici e questo procedere un po’ truffaldino, che un giorno fa dipendere dal reintegro al lavoro l’abbattimento dello spread e il giorno dopo silenzia qualsiasi traccia di dibattito. Anche perché è nevicato su Roma e perché il Presidente del Consiglio l’ha sparata grossa sul posto fisso, che mi irrita e rattrista insieme. Sembra di essere in un film, in cui la trama è interrotta a piacimento da un regista che fa uscire la verità poco per volta. Ormai, ci si può permettere di stabilire la sera prima “l’ordine del giorno” per il giorno dopo e i poteri che lo decidono lo fanno fuori dalle redazioni di TV e giornali, che rimbalzeranno compiacenti le medesime notizie con gli stessi titoli e con commenti di scarsissimo rigore, pure fanfare delle diverse lobby che stanno alle loro spalle. Per fortuna esiste la rete e ci sono i blog, su cui si possono gestire in modo interattivo valutazioni libere e scambi di informazioni disinteressati. Luoghi dove si può dire quello che ministri, industriali e opinionisti fingono di non sapere e cioè che l’articolo 18 non c’entra niente con l’economia o con la cattiva o buona salute dell’impresa in quanto impone il reintegro al licenziamento ingiustificato.

Mi piacerebbe che il Governo si occupasse del fatto che soprattutto per i giovani esiste solo un lavoro “usa e getta” e che la maggior parte dell’esperienza quotidiana nei luoghi di lavoro è tornata a essere lontana da una partecipazione dignitosa e responsabile alla produzione di valore sociale. Mentre la precarietà e il licenziamento ingiustificato che oggi contraddistinguono la prestazione lavorativa determinano insicurezza e un’esistenza difficile da programmare. Allora, perché non si chiede se l’articolo 18 aiuta (come io ritengo) o limita la partecipazione non subalterna delle nuove generazioni all’uscita dalla crisi? Essendoci al governo tecnici esperti, sanno bene, come sa bene Confindustria, che la modifica della legge famigerata non è questione di soldi, ma di spostamento di poteri dal lavoro verso l’impresa. Sanno bene, perché lo insegnano anche alla Bocconi, che il potere ordinatorio della magistratura di rimuovere i licenziamenti illegittimi è lo strumento di prolungamento al livello politico del potere sindacale e dei lavoratori quando si organizzano, superando la solitudine individuale di chi è assunto senza difese. Una tutela andrebbe semmai estesa nelle attuali condizioni e questa è la sfida vera. Discutiamo allora “della ciccia” e senza diversivi, silenzi, senza rassegnazione. Ci dicano cosa c’entri con lo sviluppo e il rientro pieno in Europa la riduzione della prestazione lavorativa a puro fattore economico, a dato monetario di cui diventa arbitra l’impresa che non ha certo dato gran prova di sé in questa corsa sfrenata alla precarizzazione, al trasferimento dagli investimenti alla finanza, alla delocalizzazione. Si dirà: ma è già così. Allora perché insisterebbero tanto?