Foto scattata durante il massacro di HamaLa storia ci racconta il passato, anche quello più oscuro, ma se essa viene censurata allora bisogna lasciare spazio alla memoria, ai racconti di chi la storia l’ha vissuta.

Il 2 febbraio del 1982, le “compagnie per la difesa” guidate da Rifaat Al Assad – fratello del presidente Hafez – strinsero d’assedio la città di Hama che, guidata dai Fratelli musulmani e da un centinaio di ufficiali, era insorta contro il regime di Hafez al Assad. La città venne assediata per 27 giorni, al termine dei quali fu completamente bombardata. Del centro storico della città rimangono solo pochi edifici e le gigantesche ruote del mulino romano. Si stima che i morti in questa carneficina furono dai 25 mila ai 50 mila. Migliaia di persone abbandonarono la Siria in quell’anno, per paura di ulteriori rappresaglie del governo.

Grazie alla poderosa censura messa in moto dal regime, la notizia di quello che era accaduto trapelò solo successivamente. Con grave ritardo, l’opinione pubblica internazionale scoprì quello che era avvenuto. In Siria di quel massacro non si poté parlare mai. Fu censurato dai libri di storia, il divieto di scriverne era assoluto, pena il carcere a vita. Il governo liquidò l’eccidio che aveva compiuto come una battaglia contro terroristi. Tutte le vittime, indipendentemente da chi fossero, vennero considerate fondamentalisti.

Dalle fosse comuni, in cui furono sepolti sommariamente i corpi di migliaia di bambini, donne e uomini, nacque la paura e il silenzio del popolo siriano che durerà trenta lunghi anni.

Oggi si ricordano quelle migliaia di morti innocenti, che perirono senza motivo, travolti da eventi a cui probabilmente non vollero prender parte. Il colpevole, Rifaat al Assad, vive libero nel suo esilio dorato a Londra, senza essere stato ancora imputato per crimini contro l’umanità.

In alto, una foto scattata dopo il massacro di Hama dagli abitanti della città.
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