Il momento tanto atteso da Wall Street sembra finalmente arrivato. Salvo imprevisti dell’ultimo minuto, Facebook lancerà già oggi la sua offerta pubblica iniziale (Ipo) aprendo così la strada al suo collocamento in borsa. Un affare da 5 miliardi di dollari di cui beneficeranno tanto l’azienda di Zuckerberg e soci quanto le major coinvolte nell’operazione, a cominciare dalla più importante di tutte: Morgan Stanley. Sarà proprio quest’ultima, infatti, a condurre le danze del collocamento iniziale, con il supporto delle colleghe di settore Goldman Sachs, JPMorgan, Barclays e Bank of America. Bloomberg, che ha dato la notizia ieri sera, stima in 500 milioni di dollari il valore massimo delle commissioni che le banche si preparano a spartirsi nell’occasione.

L’avvio del collocamento, rileva Bloomberg, rappresenta un grande colpo proprio per Morgan Stanley che, accaparrandosi la leadership dell’Ipo più attesa dell’anno, potrà consolidare la sua posizione proprio in questo genere di operazioni. Lo scorso anno, MS ha condotto il 13% delle Ipo realizzate negli Stati Uniti, per un controvalore totale di 4,6 miliardi di dollari di azioni e 262 milioni di profitto. La percentuale sale però al 20% se consideriamo il solo comparto internet, in cui la banca d’affari ha ormai acquisito una posizione da leader accompagnando, tra gli altri, il debutto in borsa di Zynga e Groupon.

Al successo di Morgan Stanley fa da contraltare la “sconfitta” di Goldman Sachs, la banca che per prima era stata coinvolta nelle fasi preliminari dell’operazione. Lo scorso anno, proprio Goldman aveva gestito una prima offerta privata da 1,5 miliardi di dollari dopo aver investito di tasca propria 450 milioni. Un’operazione che aveva destato qualche malumore presso la stessa banca d’affari. Richard Friedman, numero uno di Goldman Sachs Capital Partners, aveva giudicato eccessiva la stima compiuta dalla sua banca in merito al valore di Facebook, azienda che, in quanto non quotata, non è stata fino a oggi tenuta a comunicare pubblicamente i propri risultati finanziari. Un tema estremamente complesso, che pesa tuttora.

All’epoca, una prima stima aveva individuato in 50 miliardi il valore complessivo della compagnia. La cifra era poi salita rapidamente a 65 per poi toccare, nella valutazione degli analisti della russa Otkritie quota 76. Un entusiasmo che non convinceva in pieno la business community globale. In un sondaggio condotto da Deloitte, il 68% dei manager israeliani del settore venture capital, indicò in meno di 40 miliardi il valore effettivo del social network. L’Economist, dal canto suo, aveva espresso le proprie perplessità sulla cifra ipotetica di 50 miliardi, sottolineando il peso ridotto dei ricavi che nel 2010 si sarebbero fermati a circa 2 miliardi.

Il punto, ora, è che l’azienda si sarebbe posta l’obiettivo di ottenere una valutazione complessiva compresa tra i 75 e i 100 miliardi di dollari (la metà di Google). Certo, nel frattempo la popolarità del social network è in ascesa, oggi gli iscritti sono 800 milioni (ma si dice che entro la fine dell’anno potrebbe essere superata anche la soglia del miliardo) e i ricavi operativi 2011, ha sostenuto via Twitter la giornalista CNBC Julie Boorstein, sarebbero saliti a 3,8 miliardi (1,5 i profitti). Ma proprio l’enfasi posta sulle potenzialità prima ancora che sui dati attuali ha creato qualche perplessità. Parlare di nuova bolla Dot-com, come hanno fatto quasi un anno fa sulle colonne del FT due veterani del settore come Ernst Malmsten e Michael Birch, è forse eccessivo. Ma i rischi connessi a giudizi avventati non sono esclusi.

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