Dopo la rivolta e l’assedio, il voto. Gli abitanti di Wukan, villaggio di pescatori nella provincia del Guangdong, sono andati ai seggi come avevano chiesto e ottenuto dopo la sollevazione popolare contro gli espropri delle terre. Una protesta che lo scorso dicembre riuscì a tenere in scacco i quadri del Partito comunista cinese per due settimane costringendoli prima alla fuga e alla trattativa, poi a cedere alle loro richieste.

In 5mila hanno deposto la scheda nelle sette urne su un tavolo della scuola allestita a seggio nella prima delle tre tappe per l’elezione del comitato di villaggio a marzo. Gli ex rivoltosi hanno scelto, tra venticinque candidati, gli undici componenti di una commissione incaricata di organizzare le prossime elezioni, tra cui quelle per il nuovo governo locale . Un voto che per i partecipanti ha avuto un valore “più simbolico” che concreto, ha scritto Malcolm Moore del britannico Telegraph, tra i primi giornalisti occidentali a riuscire a entrare nel villaggio assediato dalla polizia e raccontare i giorni della rivolta su Twitter. “Dobbiamo garantire la massima trasparenza e la regolarità”, ha sottolineato Yang Semao, uno degli organizzatori, “Le elezioni a Wukan sono state sempre controllate. Vogliamo fare un buon lavoro”.

Per questo assieme a un gran numero di quadri di partito e agenti, anche studenti e professori sono arrivati in massa nei giorni scorsi per fare da osservatori. Tra loro anche Hong Ruichao, uno dei cinque manifestanti arrestati nelle giornate di dicembre, la cui scarcerazione fu tra le richieste fatte al governo.

Le elezioni locali si svolgono in Cina dagli anni Ottanta, sebbene rigorosamente controllate dal Partito e con scarse possibilità di successo per i candidati indipendenti. Rare eccezioni furono a ottobre Guo Huojia, 59 anni, nel villaggio di Xintiandi e Li Youzhou, 37 anni, nel villaggio di Xiaxi, entrambi vincitori di un seggio nel distretto di Nanhai sempre nel Guangdong, polmone economico del Paese e la più aperta tra le province cinesi.

Se in molti si attendono un’amministrazione onesta e attenta alle loro esigenze, non tutti gli abitanti di Wukan sono tuttavia ottimisti sul futuro del villaggio e paventano una nuova lotta di potere in vista della tornata di marzo e il rischio di un ritorno di personaggi legati ai vecchi funzionari. Il passato recente tornerà sicuramente in uno dei primi temi che i nuovi eletti si troveranno ad affrontare: le indagini sulla morte in carcere di Xue Jinbo, uno dei leader della protesta, ai primi di dicembre. Fu quello l’evento che fece precipitare la situazione. Già a settembre la gente era scesa in strada per denunciare la vendita di terreni ad aziende private accusando i quadri locali, con in testa l’ex segretario Xue Chang, ora sotto inchiesta per corruzione, di aver ricevuto tangenti. La morte di Xue, ufficialmente per una crisi cardiaca, ma il cui corpo era coperto di lividi, spinse il villaggio a una protesta a oltranza, culminata con l’elezione di una sorta di governo autonomo che fece subito scattare il paragone con la Comune di Parigi. A spingere verso la trattativa fu da una parte l’attenzione internazionale sulla rivolta dall’altra il timore che l’esempio di Wukan si potesse diffondere ad altre città. La strada del dialogo decisa dal capo del Pcc nel Guangdong, Wang Yang (considerato un liberale e indicato come uno dei possibili componenti del prossimo Comitato permanente dell’Ufficio politico del Partito) è ormai proposta come la migliore alternativa alla repressione andata in scena nei giorni del capodanno cinese contro le manifestazioni dei tibetani nella provincia del Sichuan, che ha fatto almeno tre morti.

Un modello il piccolo centro di pescatori lo è sicuramente diventato per altri cinesi in rivolta. Lo dimostra il caso del villaggio di Wanggang dove i cittadini hanno manifestato per chiedere un risarcimento adeguato per le terre sequestrate al grido di “ispiriamoci a Wukan”. Per la prima volta, ha scritto il giornalista Chang Ping, “il governo è stato forzato a riconoscere un consiglio precedentemente definito ‘organizzazione illegale’ e i contadini cinesi sono saliti sul palco della storia con uno status di cittadini”. D’altronde lo stesso primo ministro, Wen Jiabao, alla presentazione del rapporto annuale sul lavoro dell’esecutivo ha spiegato che “il governo deve permettere ai cittadini di criticare il potere”. Aperture che, nell’anno del cambio di leadership nella Repubblica popolare, riecheggiano suoi precedenti interventi sulla necessità di riforme istituzionali. Il voto di Wukan non sarà tuttavia la scintilla che diffonderà la democrazia in tutto il Paese. Come ha detto alla Reuters il professor Li Fan, direttore del World and China Institute di Pechino: “Se non ci saranno interferenze e le elezioni saranno regolari c’è da ben sperare per Wukan. Tuttavia, non siamo ottimisti, gli interventi dall’alto sono comuni”.

di Andrea Pira