Si avvicinano le elezioni americane, e Barack Obama torna “verde”. Non importa se le promesse della sua precedente campagna elettorale sono state quasi tutte disattese, dalle politiche sul carbone a quelle sul petrolio, al nucleare, che proprio con la sua amministrazione ha rischiato di vedere una rinascita negli Usa dopo oltre trent’anni dalla costruzione dell’ultima centrale.
Tutto dimenticato, perché ora il presidente americano ha deciso di vietare per almeno vent’anni di estrarre uranio dalle miniere presso il famoso Grand Canyon, il cui sfruttamento era stato promosso da George W. Bush.

“L’impegno ambientalista mondiale è sicuramente sentito e meritorio, ma nella sua storia più volte ha peccato di ingenuità”, scrive Davide Stasi su La Voce del Ribelle, mensile diretto da Massimo Fini. E in effetti questa sembra una di quelle volte. “Ovunque, ma in particolare negli Usa, si esulta per la decisione dell’amministrazione americana, come se non fosse semplicemente coerente con gli andamenti economici di settore”, fa notare Stasi, riferendosi anche al crollo dell’industria nucleare in seguito all’incidente di Fukushima: “Ma soprattutto come se non si fosse proprio all’inizio di una campagna elettorale per le presidenziali. Nella quale evidentemente Obama non teme di figurare come faccia di legno, rispetto alle politiche condotte finora”.

Le contraddizioni e le ambiguità sono abbastanza evidenti, nelle politiche ambientali di Washington, ma l’essenziale, forse, è veramente “dare un motivo agli ambientalisti creduloni a stelle e strisce per votarlo”. “In attesa che il prossimo presidente repubblicano – conclude Stasi – abolisca il divieto di Obama, facendo ricominciare il gioco daccapo”.

di Andrea Bertaglio

(Foto: La Presse)

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