Più del 90% del budget dell’Unione europea è riservato a progetti nei 27 Stati membri o a politiche per la crescita economica, l’agricoltura, l’ambiente e l’energia.

Nel 2010 l’Italia ha ricevuto 9.5 miliardi di euro in finanziamenti europei dei quali, 5.73 miliardi (il 60%) per il settore agricoltura, contro la media europea del 50%. La politica regionale (fondi di “coesione” e “strutturali”) ha richiesto 2.57 miliardi (il 27%), ben al di sotto della media europea pari al 3% mentre la spesa per la ricerca e lo sviluppo è ammontata all’8%, in linea con la media europea.

Nello stesso anno abbiamo contribuito al budget europeo con 13.66 miliardi di euro.

Per avere qualche termine di paragone ecco i dati relativi a Francia e Germania.

Nel 2010 la Francia ha contribuito al budget europeo con 18.17 miliardi di euro e ha ricevuto 13.11 miliardi di euro in finanziamenti europei dei quali 9.85 miliardi nel 2010, pari al 75% del totale della spesa dell’Unione europea in Francia.

Si tratta di un finanziamento che fa della Francia il maggior beneficiario della spesa agricola europea.

Il Paese di Sarkozy ha, inoltre, ricevuto un finanziamento per la politica regionale (fondi di “coesione” e “strutturali”) inferiore alla media europea (33%) pari all’11% mentre la spesa per la ricerca e lo sviluppo è ammontata al 10%, poco al di sopra della media europea pari all’8%.

Nel 2010 la Germania ha, invece, ricevuto 11.83 miliardi di euro in finanziamenti comunitari – dei quali 6.94 destinati all’agricoltura – mentre ha contribuito al budget europeo con 20.71 miliardi di euro.

Si tratta di alcune delle informazioni rese disponibili – peraltro in forma multimediale e di accesso intuitivo – dall’Unione Europea allo scopo di consentire ai cittadini dei singoli Paesi membri di formarsi un’opinione consapevole su come i propri soldi vengono usati dalle Istituzioni dell’Unione.

Un bell’esempio, certamente da imitare, di trasparenza dei dati e delle informazioni che conferma, una volta di più, come le nuove tecnologie consentano di ridisegnare in maniera profonda – come, peraltro, sta accadendo ormai da tempi negli Stati Uniti ed in molti altri Paesi – il rapporto tra cittadini e amministrazione, accrescendo le possibilità di controllo dell’azione della seconda da parte dei primi.

Gli sperimenti di open data e open government si moltiplicano, ormai da tempo, anche nel nostro Paese dove proprio in questi giorni è stato, persino, bandito un concorso per lo sviluppo di applicazioni software destinate all’utilizzo di dati pubblici e dove numerose associazioni si occupano di promuovere la diffusione di prassi virtuose di apertura e liberazione dei dati.

Maggiore trasparenza delle informazioni pubbliche significa maggiore democrazia e, ad un tempo, maggiori opportunità di business: la disponibilità delle informazioni e dei dati, infatti, rende possibile lo sviluppo di applicazioni e servizi che possono consentire alla piccola e media impresa italiana di contribuire alla crescita ed al rilancio dell’economia del Paese.

Il Governo Monti saprà raccogliere la sfida dell’open government e dell’open data?

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